L’Italia delle Acque Risorgive

5 Ottobre 2011 Nessun commento

L’Italia della Acque Risorgive

Isola della Scala è un Comune del territorio del primo IGP europeo del riso: quello della famosa specie Vialone Nano Veronese. E’ una Piccola Patria la cui festa dura un mese, con iniziative ed avvenimenti, ricette ed eventi ed una moltitudine di visitatori di tutta l’Italia del Nord che consumano più di 500.000 risotti.
Il riso non più amaro
Da turista ignorante, propongo: “Perché non mettete ai confini del territorio della vostra “oasi risaiola” dei grandi fotomontaggi di Silvana Mangano, mondina con le calze nere, dal corpo perfetto e dal sorriso smagliante, come una manciata di chicchi di riso?” Mi guardato con lo stupore con cui guarderebbe un turista straniero che domandasse se al Colosseo ci sono ancora i gladiatori. Ed Alberto mi risponde che le mondine non ci sono più dal 1966
Il riso ora si semina come il grano, anche se la semina e la crescita si svolgono attraverso un rito misterioso che somiglia al battesimo per immersione. Silvana Mangano è un mito soltanto per noi della generazione della guerra a cui si chiede di dimenticare Silvana, ed il “riso amaro”, anche se il ricordo di quelle trasmigrazioni interne, di quel duro lavoro, fatto dall’alba al tramonto, con le gambe nell’acqua e la schiena piegata, spesso per un sacchetto di riso da riportare a casa, resta ancora nella memoria delle sofferenze del nostro popolo.
Un dono della natura: le acque risorgive
Isola della Scala è un paese di 11.000 abitanti, a 22 km da Verona, ed il suo nome, che ci appare romantico e colto, è solo una descrizione della realtà. E’ “Isola” perché era una zona circondata dalle acque, “della Scala” perché apparteneva agli scaligeri ed esiste ancora una Torre Scaligera ben conservata, che ne attesta la storia.
L’isola è caratterizzata da un fenomeno geografico che ha un nome poetico e coinvolgente: “le Acque Risorgive”. E’ un fenomeno naturale misterioso: l’enorme quantità di acqua che scende dalle Alpi trova il suo sfogo naturale nella rete di fiumi che vanno ad alimentare il Po’. Ma una parte considerevole di queste acque si riversa nella profonda falda acquifera che scende naturalmente verso il mare Adriatico. In alcuni punti la conformazione del territorio roccioso o argilloso porta queste acque a riemergere e le polle d’acqua non si chiamano sorgenti, ma risorgive che hanno la vocazione di sposarsi con la risaia. L’acqua delle risorgive ha una temperatura costante di ventun gradi, non fredda, e quindi ottimale per la crescita del riso. Per questo il territorio è il migliore che esista al mondo per coltivare il riso. Ha adottato una sua qualità che si chiama “Vialone Nano” ed è il primo riso ad avere avuto l’IGP ed il riconoscimento europeo.
Fascino di una vecchia riseria
Siamo ormai arrivati alla prima tappa: entriamo nell’antica e rinomata Riseria Ferron. Io sono un nipote di mugnai ed il solo rivedere, mossa dall’acqua, la grande ruota conservata nell’antica riseria, mi riempie di emozione. In realtà non siamo in un mulino, ma in un laboratorio dove il riso viene sbucciato, selezionato e reso brillante. Nel Medioevo l’energia dell’acqua ha sostituito gli schiavi per muovere i mulini, i magli e le gualchiere. Nella riseria il maglio diviene un pestello che serve a strofinare il riso in una ciotola di pietra in modo da fargli perdere la pula, la pellicola che riveste il guscio. Questa operazione si chiama pilatura.
Il riso passa attraverso dei setacci: nel primo si toglie la pula, nel secondo si separa l’acino di riso rotto che è destinato per il mangime. Osserviamo anche alcune macchine da archeologia industriale, come la rimestatrice ad elica per sbiancare il chicco di riso.
Una risottria ed il suo Hortus Herbarum
Dalla riseria passiamo alla Risotteria,che sorge in un antico edificio in mezzo alle risaie. Gabriele Ferron, oltre alla riseria, ha questo ristorante (in cui è rinomatissimo chef) che si chiama “Pila Vecia”.
Questa è la stagione del raccolto: non vediamo gli specchi d’acqua, ma vediamo i campi biondi con la tipica piantina del riso, che con i suoi chicchi penduli somiglia più al grappolo d’uva che non alla spiga del grano.
Ferron raccoglie nel suo orto, che circonda la Risotteria, delle aiuole dove coltiva le erbe e le verdure con cui si fanno i risotti: dalle zucche gialle, ai fiori di zucca, dalla menta all’erba cipollina, dall’origano al basilico. E’ un vero proprio Hortus Herbarum che mi ricorda l’hortus della Villa dei Misteri. Come ben si sa, il Getty Museum di Santa Monica è la ricostruzione esatta della Villa dei Misteri, che è sotterrata nella lava di Ercolano. Per questo non la possiamo vedere ad Ercolano, ma possiamo vederne la copia esatta, con tutti i suoi particolari, proprio a Santa Monica (Los Angeles). Naturalmente a noi europei romantici a cui piacciono le rovine, la ricostruzione esatta suona un po’ falsa, ma sbagliamo. Per avere un’idea esatta di cos’era una Villa dobbiamo andare a Santa Monica, dove troveremo anche la sorpresa di vedere coltivate nello stesso punto dove erano ad Ercolano, le aiuole delle erbe aromatiche.
Donato Troiano, il dotto e simpatico Direttore di Informacibo, mi dice che ormai si è diffusa la moda che lo chef abbia nel suo orto le verdure di cui ha bisogno per avere un rifornimento a chilometro zero. Non solo, ma si sta sviluppando una forma molto bella di rispetto per gli anziani: i giovani chef che si assumono il lavoro e la fatica che il padre non può più esercitare, mettono gli anziani a coltivare l’Hortum Herbarum. Del resto, proprio in Campania, nel Ristorante Marennà incorporato nelle Cantine dei Feudi di San Gregorio, a Sorbo Serpico, lo chef Paolo Barrale ha voluto le antiche aiuole dell’Hortus Herbarum.
Funzioni antiche e nuovissime di una Villa Veneta
Ora è d’obbligo la visita alla Villa Veronesi, già Villa Castelbarco, già Villa Pindemonte. Siamo dentro la storia drammatica e grande della Serenissima: Venezia che, nonostante la battaglia di Lepanto, sta perdendo il suo impero marittimo sotto la pressione turca e per colpa delle nuove rotte, inaugurate dalla Spagna e dal Portogallo, si rivolge alla Terraferma. La sua nuova invenzione che renderà magnifici i secoli della decadenza, è la “Villa Veneta”, disegnata dal Palladio. Ma la Villa non è solo un monumento classico, è anche un’entità giuridica, economica e territoriale: è un centro amministrativo,con chiesa e scuole; è un centro economico, con magazzini, laboratori ed allevamenti; è un centro commerciale con le sue esportazioni. Vi risiede la Corte, che ha giurisdizione sul territorio e sulla organizzazione economica che qui, nell’Isola, è fondata sul riso.
La Repubblica Serenissima a cui Verona si è data in libertà ed in pace, esercita la signoria sulle risorgive. E le dà in concessione alle proprietà che ne traggono le acque per fare risaie.
La Signora Luisa Veronesi, che appartiene alla famiglia che dirige una grande azienda alimentare, ci parla con amore della Villa che porta ora il suo nome: era stata abbandonata, data in abitazione ai contadini, poi bombardata, requisita dai tedeschi e dagli americani, ridotta a stamberga. Ed ecco la risorgente Villa Veronesi ricondotta, per quanto possibile, al disegno primitivo, al suo orientamento prospettico classico, che torna ad essere splendida per l’amore e la cura della Signora Luisa. La quale ci confida che tutto questo non sarebbe stato possibile per pure mecenatismo: la Villa è sposata con la tacchineria, presiede alla produzione del riso, ha un laboratorio di ricerca sui prodotti ed ospita il settore delle incubatrici avicole.
Sembra di leggere l’enciclica di Papa Benedetto, dove scrive che devono nascere alleanze virtuose fra produzione e sviluppo, dove una parte dei profitti, dopo il giusto, ma non più del giusto, premio dato al capitale, viene utilizzato per produrre qualità al servizio della comunità. E questa Villa è qualità della storia veneta, dell’arte e del paesaggio e della futura simbiosi fra storia e lavoro.
Un frutto della Madre Acqua.
Nella terra dei fratelli Scotton possono mancare le Cooperative? Ora un tecnico della Cooperativa La Pila (rammento che “pilare” significa togliere la pula al riso) ci spiega come viene seminato il riso. Adesso il vero segreto consiste nel sistema tecnico di livelle per erogare l’acqua risorgiva al millimetro. Si spargono i chicchi sul terreno come in una normale semina del grano e si inonda il terreno. Quando il filo d’erba spunta si sospende l’inondazione per due giorni, perché il seme si possa “ancorare”, vale a dire che possa mettere le radici. Dopo due giorni torna l’acqua ed il suo livello crescerà continuamente seguendo la crescita dello stelo. E’ un’immagine bellissima: l’acqua delle risorgive, è tiepida, non gela, mantiene la stessa temperatura, è corrente, quindi si rinnova continuamente, cresce con la crescita del riso, nutrendolo e scaldandolo come una madre dolcissima.
Una grande allegra tavola comune.
E’ finalmente sera e, finalmente, attraverso i 300 chioschi che si allineano lungo la strada che dalla Piazza porta alla Fiera, giungiamo al Palariso, inaugurato proprio quest’anno: è una grande e bella struttura di legno e di vetro, grande 4800 metri quadrati, ispirata ad un chicco di riso.
Ma più che la struttura colpisce l’affollamento. Sembra di essere alla Ocktober Fest. Una folla enorme si assiepa in lunghe tavole festose: mi dicono che per questa sera supereranno i quarantamila risotti serviti! Le ricette dei risotti sono più di cento, ma su dieci piatti otto sono di risotto all’isolana, specialità locale che coniuga il classico piatto di bollito di questa Regione con la tecnica del risotto classico. Mi pare quasi di essere in una Disneyland del riso!
C’è il Sindaco, che è anche Presidente della Provincia, Giovanni Miozzi; c’è il Presidente della Fiera, Massimo Gazzani, con il suo Direttore, Roberto Bonfanti. Mattia Munari, che ci ha fatto da guida, è nel Consiglio di Amministrazione, ma è anche un giovane veterinario che dirige un allevamento di cani intitolato “Amico Cane”; Alberto Cogo è il capo della comunicazione.
Sono la punta dell’iceberg di una grande folla di volontari che reggono in piedi una manifestazione che dura un mese. Un anno fa ha avuto ben 600.000 visitatori ed ha servito a tavola oltre 400.000 risotti. Senza togliere clienti alla piccola graziosa Risotteria della piazza della chiesa, che offre un menù di soli risotti

Le Piccole Patrie sono una Italia nuova
Sono stupito: se non l’avessi visto, non avrei mai creduto che un paese di 11.000 abitanti potesse fare la più grande manifestazione agricola del prodotto speciale del suo piccolo territorio, riuscendo a coinvolgere tutto il Nord Italia.
C’è qualcosa di forte in questo, che deve avere a che fare con le “acque risorgive”. E’ una storia che dobbiamo osservare da vicino, per renderci conto che siamo di fronte ad un grande avvenimento politico. Quest’estate l’Italia è stata inondata da sagre, da fiere, da presentazioni di prodotti (ma anche da presentazioni di libri), da rievocazioni storiche, da manifestazioni che aspirano a dare visibilità, rispetto e memoria storica alle nostre comunità locali. Una Italia viva e piena di iniziative.
Fra queste una è così importante che siamo sollecitati ed incuriositi a capire cosa è successo.
Una Pro-Loco inventa una festa per presentare un piatto locale: il risotto isolano della varietà Vialone Nano di Verona. La festa nata sul modello delle feste patronali, ha successo e la Pro Loco si preoccupa di dargli una struttura. Il Comune decide di formare un Ente dove sono presenti i produttori, la stessa Pro Loco ed il Comune. Nasce l’Ente Fiera. In realtà non si tratta di una vera e propria Fiera anche se ci sono molti stands merceologici, tipici delle feste locali.
Annotiamo con attenzione che si crea un’alleanza forte: tutti assieme chiedono l’Ipg per il loro riso. (E’ il primo Ipg di un riso riconosciuto dalla Comunità Europea).
L’alleanza include tutta le forze vive della comunità: Comune, Pro Loco, produttori di riso, riserie singole, risotterie, associazioni di volontari mettono in piedi una grande macchina organizzativa. La forza è fornita dal volontariato, che si appoggia ad una solida intesa di interessi comunitari. La Fiera ha più risorse dello stesso Comune. I produttori trovano un mercato ed acquistano una visibilità mai conosciuta prima. Ed anche le associazioni del volontariato si fanno forti di una partecipazione attiva che le fa espandere in tutte le loro attività, aldilà della occasione offerta dalla Fiera.
E’ questa l’Italia in crisi? No: una Piccola Patria, orgogliosa della sua ricchezza e del suo lavoro, crea un meccanismo di crescita, di collaborazione, di alta moralità e di alta politica, che è di controtendenza alla crisi che colpisce il Paese.
Si ricomincia così, dalle Piccole Patrie. C’è un’Italia nuova che sa fare una politica nuova di solidarietà e di collaborazione. Questa Italia nuova cancellerà la crisi. Inoltre questa è anche la poliarchia di Papa Benedetto, questa è l’alleanza virtuosa di tutte le energie vive di una comunità, questa è la democrazia.
Le acque profonde, tiepide e pure, ritornano in superficie. E’ la Risorgenza. Mi piacerebbe poterla chiamare l’Italia delle Acque Risorgive.

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Eppur si muove

23 Settembre 2011 Nessun commento

Aspettando Bagnasco
A proposito di un inserto del Corriere della Sera sulla nuova presenza dei cattolici in politica con articoli di Massimo Franco, di Roberto Mazzotta, di Francesco Paolo Casavola, di Gianguido Vecchi

“Il Corriere della Sera” di Martedì 20 settembre 2011 ha dedicato un fascicolo di approfondimento al tema della presenza politica dei cattolici in Italia. Ha messo come cornice agli articoli una cronografia che va dal 20 settembre 1870 ed attraverso la Rerum Novarum, il Patto Gentiloni, il Partito Popolare, il Concordato, La Democrazia Cristiana, il 18 Aprile, arriva alla fine della DC nel 1994 ed al “capolavoro politico” di Ruini con l’astensione nel referendum sulla procreazione.
Inoltre, mobilita per fare un esame dell’attuale irrilevanza dei cattolici le firme di Massimo Franco, di Roberto Mazzotta, Presidente dell’Istituto Sturzo, di Francesco Paolo Casavola, Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica e Presidente Emerito della Corte Costituzionale, e di Gianguido Vecchi. Nel sottotitolo viene esposto il titolo: “Lunedì (sarà lunedì 26 settembre, nel giorno dei Santi Cosma e Damiano, medici e martiri, ndr.) il Consiglio della CEI, tra freddezza delle gerarchie ecclesiastiche verso la maggioranza ed incertezze sul futuro. Tuttavia, considerato ormai impossibile il ritorno alla prima Repubblica, prevale la strategia dell’attesa”.
Già nel titolo la freddezza delle gerarchie verso la maggioranza è nella realtà molto tiepida. E la strategia dell’attesa è sconfortante. Ma veniamo alle firme.
Massimo Franco
(Eppur si muove)
Massimo Franco è un esperto sismologo dell’attualità politica, del giorno per giorno. Facciamo un rapido riassunto della sua analisi.
“Nei confronti del Presidente del Consiglio e di un Umberto Bossi, che sta mostrando una Lega sgangherata, la freddezza è palpabile, per quanto ben dissimulata”(…)”Si tratta di affrontare una fase di transizione. Stavolta però senza subirla come è avvenuto dopo il 1994 senza ritrovarsi schiacciati su una subalternità culturale, prima che politica”. (…) “L’ex-elettorato democristiano è emigrato verso il centro-destra ed, in misura minore, verso sinistra, ma tornerebbe a schierarsi compatto dietro le insegne di una sorta di nuova DC. E’ un analisi che sottovaluta quanto il berlusconismo abbia rappresentato un cambiamento (…) e rende velleitaria qualunque nostalgia di ricominciare dal 1994”.
“Questi anni hanno ridotto il cattolicesimo politico ad un’esperienza residuale, e quello culturale ad una presenza minoritaria e subalterna”.
(…) “Anche chi ambisce a guidare la transizione ed a ereditare i voti moderati, come Pier Ferdinando Casini, leader dell’UDC, aspetta. E chi ritiene di averli ancora, come Angelino Alfano, scommette sull’impossibilità di qualunque scenario che sconti l’uscita di scena drammatica di Berlusconi. Il risultato è un lungo surplace”.
E dopo questa analisi giusta, ma riferita alla squallida superficie del momento politico, anche Massimo Franco rivolge uno sguardo aldilà del quotidiano e aldilà delle “esitazioni di un mondo scottato da anni di tentativi unitari falliti”. E conclude più per fede profetica, che per scienza giornalistica, in questa maniera: “Prova a riempire il vuoto il Forum delle Associazioni cattoliche, che ha tra i suoi animatori, Raffaele Bonanni, Segretario della Cisl. Non è una concessione all’anti-politica, è la consapevolezza che la diaspora dei cattolici continua”.
L’analisi di Massimo Franco ha il limite di poggiare sulla cronaca politica: non tiene conto del grande lavoro svolto dalle associazioni in occasione della 46ª settimana sociale di Reggio Calabria, delle aspettative sollevate dalla non casuale esistenza del Forum, dal lavoro svolto dai professori dell’Università cattolica, dai documenti ormai numerosissimi delle associazioni cattoliche che invocano la nascita di una “cosa” ad ispirazione cristiana.
E’ giusto dire con lui che questo è un momento di grande viltà e di troppe concessioni alla trasgressione berlusconiana. Eppur, si muove.
Roberto Mazzotta
(Per le Associazioni è tempo di tornare protagoniste)
Roberto Mazzotta firma l’articolo che ha scritto per l’inserto de “Il Corriere della Sera” qualificandosi come Presidente dell’Istituto Luigi Sturzo. L’Istituto è la più forte ed accreditata fondazione scientifica, fondata da Sturzo medesimo, e diretta, fino a poco tempo fa, da un grande storico, che fu anche Presidente del Gruppo Parlamentare del senato della ultima Democrazia Cristiana: Gabriele De Rosa. L’Istituto Sturzo, per i suoi lavori scientifici e per il suo prestigio, non è soltanto il tempio della memoria storica dell’esperienza politica dei cattolici, ma è anche la “cosa” che più assomiglia ad una arca di Noè.
Scrive Mazzotta: “Vedere il proprio Paese con le spalle al muro è tristissimo (…) La natura e la dimensione delle decisioni necessarie per tornare ad essere uno dei motori dell’Europa, non uno dei suoi freni, richiedono che la politica italiana non sia quella di oggi. “Scriveva sul Corriere nei giorni scorsi Dario Antiseri: «Gira l’idea che non ci siano le condizioni per la formazione di un partito di cattolici come se le “condizioni” non fossero realtà cui opporsi o realtà da creare». Questo è il punto. Si può essere attori del proprio tempo o vittime del medesimo. Bisogna vedere se si è capaci di scegliere”.(…)
Roberto Mazzotta sottolinea l’urgenza di un’azione, dettata dalla urgenza del disastro, quale che siano le condizioni favorevoli o sfavorevoli, rivolgendosi alla presa di coscienza dei grandi assenti dalla politica: i movimenti cattolici: “Bisogna ripartire dalle realtà sociali organizzate, in particolare da quelle animate da un valore ideale e morale. Nell’Italia di oggi la miriade di realtà associative di ispirazione cristiana presenti ovunque nel Paese e attive nei settori più diversi, della cultura, del volontariato, del sindacato, dell’attività di impresa, rappresenta un bene prezioso per tutti”.(…)“La questione è molto chiara e va posta senza ambiguità: l’associazionismo cattolico deve aggregarsi per darsi un progetto politico che affronti l’emergenza civile del Paese. Queste organizzazioni hanno milioni di iscritti e hanno formato classi dirigenti presenti e rispettate nelle realtà locali. È una ricchezza importante per il Paese che non chiede di essere schierata contro nessuno, ma può essere richiamata all’alto compito civile di operare per costituire il nucleo di una più lunga alleanza, aperta a tutte le energie disponibili a porsi al servizio dello Stato democratico e laico della Costituzione”. (…) “Valga per tutti l’invito di Sturzo: «Se è naturale pensare alla società in termini di timore che sarà di noi, famiglia o classe? Di noi, città o nazione? Di noi, società o Chiesa? – è pur utile e doveroso dire: che debbo io fare oggi per la famiglia, per la classe, per la città, per il Paese, per la cultura, per la scuola, per la Chiesa? Qual è il mio dovere? Che cosa mi dice il cuore? L’oggi è vita, è lavoro, è combattimento, sacrificio: coraggio, piccolo gregge…»”.
L’appello di Mazzotta, dettato dalla coscienza che non ci saranno concessi tempi lunghi, è un esplicito richiamo ai movimenti presenti nel mondo cattolico perché si assumano le concrete responsabilità civiche che a loro spettano. Probabilmente non si tratta di un partito, ma di un forte impegno civile a realizzare il bene comune, hinc et nunc, secondo i bisogni. Noi siamo abbacinati dalla mirabile esperienza storica del Partito Popolare e della Democrazia Cristiana, ma la storia ci dice anche che non sarebbero stati possibili il Partito Popolare e la Democrazia Cristiana se non ci fossero stati 50 anni di azione sociale (e l’Opera dei Congressi), per il primo; e l’associazionismo cattolico, la Fuci, l’Università Cattolica, i Comitati Civici, per la seconda. Ma chi prenderà l’iniziativa di consociare le associazioni?
Francesco Paolo Casavola
(Titubanze e speranze di Casavola)
Il contributo di Casavola riassume le titubanze e le difficoltà, che sono note, arcinote, sentite e risentite. Tutti le comprendiamo e le condividiamo, ma seguitarsi a lamentare per non avere l’ombrello, quando sta per arrivare lo tsunami, non è forse l’esercizio più necessario.
Scrive Casavola: “L’unica voce che denuncia i guasti della società della politica è quella della Chiesa cattolica. La degradata lettura della civiltà liberale come contenitore di ogni arbitrio individualistico, la rapida marcia di sopravvissuti alla disfatta del socialismo in compagini conservatrici, la dispersione dei già democristiani in formazioni di destra o di sinistra a colorarne le frontiere centriste, hanno come esito complessivo la crisi della rappresentanza democratica. Tutti a casa, anche sacrificando teste fini e coscienze oneste, pur di voltare pagina a questa storia di declino culturale e morale della nostra democrazia”.
“In un tale contesto la fonte di fini e valori rappresentata dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica è una risorsa per la rigenerazione della politica, che passa attraverso la società e le coscienze individuali”. (…) “Resurrezione della Democrazia cristiana? Quanti, anche già antichi democristiani, la rifiutano perché la Storia ha chiuso quel ciclo, si avventurano in altre ipotesi, di un partito che riprenda i fili del cattolicesimo liberale, oppure che aiuti a superare la contrapposizione di destra e sinistra senza necessariamente chiudersi in una formula centrista, esposta o ad una espansione maggioritaria o ad una funzione di ago della bilancia, propria di una forza di minoranza. È evidente che nell’un caso e nell’altro l’intero contesto del sistema politico dovrebbe mutare da una opzione bipolare ad una proporzionalistica. Perché? Perché un partito cattolico non potrebbe che essere popolare nel significato primo di questo termine, cioè nel senso di fortissimamente volere la coesione sociale, non minata dal muro contro muro del bipolarismo. Ma popolare significa anche non accontentarsi di una dimensione elitaria, nella oscillazione del pendolo delle forze nel meccanismo proporzionalistico”. (…) “I pastori della Chiesa esortano alla formazione di una giovane generazione di cattolici alle responsabilità politiche. Si tratta solo di un programma educativo? O non anche di una mobilitazione della sterminata rete dell’associazionismo cattolico, che dia testimonianza quotidiana, assidua, visibile dei valori della vita cristiana, in attiva preparazione del giorno in cui, dal basso e con ampiezza popolare, sarà chiesto, anche da non cattolici, come nello sturziano 1919, di un nuovo e finalmente diverso partito italiano?”.
Quello che mi appare importante nell’intervento di Casavola è che la richiesta, come nel 1919, “di un nuovo e finalmente diverso partito italiano”, non viene soltanto dai cattolici, per ora assenti, ma anche da vasti settori laici che hanno la medesima aspirazione. Questa aspettativa va considerata. Ricordo che, dopo il 18 Aprile, De Gasperi definì la Democrazia Cristiana “un partito nazionale”, mettendo in risalto la funzione democratica rispetto alla funzione di partito dell’unità dei cattolici. E questo era persino una realtà di fatto: il “partito nazionale” di De Gasperi aveva una base cattolica del 30% dei voti, ma aveva preso il 18 Aprile il 49%. Quindi rappresentava una aspirazione che non apparteneva soltanto ai cattolici.
In che consiste la differenza fra il “partito nazionale” di De Gasperi e gli attuali partiti? Il Partito Democratico ha un giudizio storiografico importante nel quale il cattolico viene accettato come ospite, ma non come padrone. E sull’altro fronte il Pdl ha nei confronti dei cattolici un rispetto ostentato e formalistico, ma non concede ad essi nessuna autonomia dal vero “padrone”.
Un grande partito democratico, a cui i cattolici mettano a disposizione la loro rete popolare, potrebbe avere una migliore considerazione per i laici che volessero raggiungere, senza pregiudizi, l’obiettivo comune di, come dice Casavola, “un nuovo e finalmente diverso Partito italiano”.
Gianguido Vecchi
(Aspettando il Cardinale Bagnasco)
Il contributo di Gianni Vecchi è soprattutto un panorama delle incertezze che dominano il quadro della “irrilevanza cattolica”, elenco di tutto quello che non deve essere “la cosa” da costruire.
Così scrive Vecchi: “Tra i vescovi cresce il disagio e l’attesa dell’intervento del cardinale Angelo Bagnasco per marcare le distanze dalla «deriva etica» della politica, a cominciare dallo scandalo emerso con le intercettazioni del premier. Si guarda al «dopo», e il «dopo» è quel mondo che il sociologo Luca Diotallevi, uno dei massimi studiosi della materia, stima rappresentare «il dieci per cento della popolazione italiana adulta: circa quattro milioni e mezzo di persone», e questo senza calcolare «i tanti cattolici che fanno volontariato o si impegnano altrove”. (…)
Vecchi cita a proposito, con apprensione e speranza, il discorso del Cardinale Bagnasco ad Ancona: «È insieme che si percorrono le vie del servizio se non si vuole essere velleitari ancorché generosi; insieme, senza avventure solitarie, per essere significativi ed efficaci; insieme, secondo le forme storicamente possibili, con realismo e senza ingenuità o illusioni, facendo tesoro degli insegnamenti della storia».
E dopo aver citato Bagnasco ad Ancona, Vecchi continua: “Oltre a quell’«insieme» reiterato, il presidente della Cei ha evocato l’immagine della «rete», una «forza sociale capace di visione e di rete», di unità sui valori e «visioni ampie e lungimiranti, antidoto contro tentazioni di potere». Un modello è quello già esistente dell’associazione «Retinopera», e basterebbe l’elenco delle diciotto sigle che la compongono, mondi assai diversi: dall’Azione Cattolica alla Fondazione per la sussidiarietà vicina a Cl, dalle Acli agli scout a Sant’Egidio, i Focolari o Rinnovamento dello spirito”.
Infine Vecchi cita lo storico Giovanni Maria Vian, che è anche direttore dell’Osservatore Romano: «La fine della Dc e quindi del partito prevalente dei cattolici ha reso più evidente che i cattolici sono in ogni schieramento», ma oggi il problema è quello «della loro visibilità ed efficacia».
“Però c’è ancora da lavorare, riflette lo storico (e fondatore di Sant’Egidio) Andrea Riccardi: «Io credo che questo mondo debba muoversi con i suoi tempi, che non sono lentissimi ma neanche quelli delle cronache di una politica solo urlata». C’è chi ha evocato Camaldoli, i 50 ragazzi della Fuci che nel ’43 scrissero il «codice» ispiratore della Dc. Riccardi ha qualche dubbio: «Camaldoli volle essere un manifesto di un gruppo ristretto ma sostanzioso di leader cattolici. Un’altra epoca. Qui mi pare ci sia da interpretare un sentire più diffuso che ha voglia di dare il suo contributo. Bagnasco ha parlato giustamente di rete, realtà ma anche auspicio…».
Questa pregevole rassegna di Gianni Vecchi sulle speranze e sulle titubanze ha delle citazioni in cui tutti si appoggiano ad un qualche esempio storico, ma nessuno ha parlato dell’esempio storico più calzante e più attuale. Quando, per necessità esterne, non era possibile avere un partito, esisteva pur tuttavia un grande rassemblemant (come era l’Opera dei Congressi) e di conseguenza un piccolo centro coordinatore della iniziativa politica che si chiamava Unione Elettorale. Non era un grande partito, ma funzionava persino bene.
Ed, in tempi più recenti, c’era sì già nel ’43 la Democrazia Cristiana con le “idee ricostruttive” di Demofilo (De Gasperi), ma c’era anche un grane rassemblemant (che si chiamava Comitati Civici) che promuoveva la partecipazione al voto dei cattolici.
La scelta non era unica e necessaria come oggi appare. Le opzioni potevano essere diverse. Esistevano tutti riconosciuti e considerati sia i Comunisti Cattolici, sia i Cristiano-Sociali, sia i Monarchici del referendum, sia la DC ed infine quindi il rassemblemant dei movimenti popolari cattolici, esiste prima, ed è importante che esista prima, della scelta politica. In questo ultimo caso, alla fine, fu scelta la DC. Fu necessità? Fu intelligenza? Fu lo Spirito?
Comunque fu, divenne Storia.

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Nota preoccupata della Redazione

16 Settembre 2011 Nessun commento

Abbiamo chiesto a Francesco Amoroso un’informativa completa sulle varie notizie che i giornali di questa estate hanno pubblicato a proposito della iniziativa di monsignor Mario Toso.

Abbiamo così voluto dare risalto ad un tentativo di ripresa del “movimento cattolico”, per la grande attesa che c’è in tutto il Paese di una presenza più incisiva e più responsabile dei cattolici in politica.

Siamo lieti di segnalare questa iniziativa, perché il passaggio dalla enunciazione di “buona volontà” all’azione concreta è ormai urgente.

Mettiamo da parte tutte le riserve sulla necessaria autonomia dei laici in politica, sulla necessità di un chiarimento sulle troppe concessioni fatte a Berlusconi, perché l’urgenza e la necessità dell’azione è al di sopra di tutti gli schemi culturali che ci siamo costruiti nella nostra lunga storia. Ciononostante ci sembra doveroso fare una constatazione. Noi crediamo che il movimento cattolico possa e debba ripartire da una partecipazione cosciente ed organizzata del popolo cattolico. Non ne possono restare fuori le grandi masse delle organizzazioni cattoliche e persino la coscienza attenta e misurata dei fedeli delle parrocchie.

Naturalmente sarà necessaria una azione forte di preparazione, di scuola, di studio alla partecipazione civica, cominciando dalla richiesta di buone leggi elettorali, di buoni costumi, di buoni propositi di giustizia. Se il “movimento dei cattolici” si muove sarà egli stesso a trovare lo strumento migliore. La nostra storia ne dà moltissimi esempi. Potrebbe essere una sorta di federazione nei movimenti di base, come era l’Opera dei Congressi; potrebbe essere un coordinamento della “partecipazione” di base, come era l’Unione Elettorale, potrebbe essere un partito laico come era il Partito Popolare; potrebbe essere la diffusa coscienza di salvare il Paese, rifiutando, tutti assieme, la barbarie, come era nella Resistenza.

Nella iniziativa che Amoroso ci ha mostrato si profila un accordo trasversale fra gli esponenti cattolici che già sono impegnati sui vari fronti. Sono i nostri testimoni di una irrilevanza politica e non è male che vengano risvegliati. Ma la formula del contenitore, il Partito Popolare Europeo, ci sembra ambigua. Non diciamo che il Partito Popolare Europeo è ambiguo, assolutamente no. Ma convogliare la forza trasversale dei cattolici sul Partito Popolare Europeo, senza aver fatto i conti con Berlusconi che ne è il massimo esponente per l’Italia, ci sembra non tanto un tentativo di promuovere la partecipazione politica rilevante e necessaria dei cattolici alla costruzione del “bene comune”, ma soltanto un tentativo di salvare Berlusconi.

Una sorta di gruppo di pressione degli esponenti cattolici in politica può servire all’episcopato italiano per una trattativa buona sui valori che è necessario difendere. In qualche modo è la posizione tenuta da Ruini nel suo rapporto con la politica italiana. E’ bene chela CEIfaccia il suo mestiere con tutti gli strumenti che può usare.

Ma questa è stata la causa prima della irrilevanza dei cattolici: se il mondo cattolico non entra con tutte le sue forze alla determinazione del bene comune, come più volte ha esortato il Papa, non usciremo mai dalla irrilevanza.

E l’Italia, senza la presenza politica dei cattolici, torna ad essere una espressione geografica.

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Un numero storico di Civitas

16 Settembre 2011 Nessun commento

Roma 25 Agosto 2011

“Una rilettura della presenza del cattolicesimo democratico nella storia politica e civile del nostro Paese deve aiutarci a capire ed a valutare cosa questa storia e questa presenza hanno rappresentata nel complesso e difficile cammino del nostro Paese, nei 150 di vita nazionale. Aldilà di ricorrenti interpretazioni che vengono quasi a cancellarne o screditarne il ruolo, non va dimenticato che questa tradizione politico-culturale, pur con le sue debolezze ed i suoi limiti, ha segnato, con i suoi uomini, le sue battaglie e le sue conquiste significativi momenti di progresso sociale, politico ed istituzionale portando il suo innegabile contributo nella storia d’Italia dall’Unità ad oggi”.

Mazzotta
Civitas, la rivista fondato da Filippo Meda, che compirà i suoi cento anni nel 2019, ha dedicato un volume a “I cattolici: storia e ragioni di una presenza”. Il numero vuole essere una testimonianza sulla presenza del cattolicesimo democratico nella storia politica del Paese. Una rassegna di idee, di nomi e di vicende quasi a rispondere alla esigenza di una rifondazione. Lo dice esplicitamente il Presidente dell’Istituto Sturzo, che edita la rivista, quando afferma: “L’Italia stenta ad adattarsi al nuovo, indebolita e confusa com’è a causa di una malattia morale e civile sempre più invasiva alla quale è stato impropriamente assegnato il nome di Seconda Repubblica”. L’esame di Roberto Mazzotta è severo e preoccupato: “La società italiana ha smarrito i suoi punti di riferimento, si diffonde la paura per il futuro, l’ostilità nei confronti dei cambiamenti e delle diversità. La cultura dell’unità e della solidarietà fra categorie sociali ed aree territoriali ha perso forza. Nelle aree forti aumentano le spinte a fare per sé, nelle aree deboli lo Stato perde stabilità e l’illegalità si espande e si consolida. In una simile condizione i cattolici hanno un obbligo evidente ed inderogabile di intervento ”.
Ed infine conclude: “Urge un’attenta, responsabile ed unitaria riflessione che possa portare all’azione che il momento richiede”.
Il volume è prezioso per quanto riguarda le motivazioni offerte dalla storia dei cattolici ad una necessità dell’azione politica. Purtroppo è meno creativo per quanto riguarda quella che Roberto Mazzotta chiama “l’azione che il momento richiede”.
Ricordo che nel Convegno organizzato da www.camaldoli.org l’anno scorso, Monsignor Paglia, Vescovo di Terni, affermò senza titubanze che non ci si salva da soli, ma ci si salva tutti assieme: “ Il cristianesimo non è un’esperienza individuale, è un lievito collegato alla massa, è un corpo collettivo. Non v’è cristianesimo senza dimensione sociale. Ed anche, se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, non v’è cristianesimo senza “dimensione politica”.
L’Italia è un Paese che ha una vocazione, ha valori universali se ci sono i cristiani a fare politica. Anche in minoranza, anche esuli in Patria, come è accaduto più volte nella storia dei nostri 150 anni di unità. Senza i cristiani l’Italia è solo una espressione geografica.
I cristiani che si sottraggono al dovere di promuovere i valori nella società italiana tradiscono non solo la dottrina, ma commettono peccato.

Malgeri
Francesco Malgeri scrive un breve e prezioso saggio intitolato: “I cattolici democratici nella storia politica italiana”. Sono dieci pagine di alto valore per chiarezza e tensione morale. Dovrebbero essere la base fondamentale, il piccolo grande catechismo, di tutti i corsi di formazione che le organizzazioni cattoliche dovrebbero fare per educare allo spirito civile una “nuova generazione”. Riporto necessariamente la sola conclusione che mi sembra assolutamente significativa: “In questo quadro nuovo, si impone più ch mai l’esigenza di rintracciare, anche nel passato, il fondamento di un impegno ispirato ad una tradizione e ad una cultura che ha lasciato un segno nella storia del nostro Paese”.

Taccolini
Il contributo di Mario Taccolini della Università Cattolica del Sacro Cuore, si collega ad una linea molto vitale del pensiero cattolico. Fa pensare agli studi di Fanfani degli anni ’30 sul capitalismo, sull’etica protestante e sulla riflessione cattolica. L’autore porta alle estreme conseguenze la critica della modernità, come progetto di un ordine progressivo. Già negli anni ’60 Saraceno, autore peraltro del piano Vanoni, ricordava che la forte tensione per l’aumento del 5% dell’economia che era l’obiettivo del piano (obiettivo che oggi ci appare da fantascienza) non rispondeva alla domanda essenziale: “Per andare dove?”.
L’insegnamento dei Papi si è aperto ad una visione post-moderna e globale di un’economia ispirata dalla giustizia e l’autore propone che una “nuova generazione” non possa che affrontare il passaggio alla “post-modernità”.
Viene riproposto il dramma dell’attuale irrilevanza dei cattolici in politica: “Le idee ci sono, ma chi può mano ad elle?”.
L’autore studiando le caratteristiche di quello che chiama “movimento cattolico” con una critica alla supplenza esercitata dai vertici dell’istituzione ecclesiastica (“Grazie anche al peculiare tratto non clericale del Cardinale Ruini”), con riferimento esplicito alla mobilitazione astensionistica in occasione del referendum celebrato nel 2005. Cosa viene dopo la fine del movimento cattolico e del passaggio suppletivo che l’ha caratterizzata?
Purtroppo la conclusione di un ragionamento molto solido è inconcludente: “L’unica certezza è che la crisi deve (ancora) essere percorsa fino in fondo”.
E si propone, e ci propone, un modo filosofico per (ri)dire il grande tema del rapporto tra Italia legale e Italia reale da cui siamo partiti e cui dobbiamo necessariamente dobbiamo sempre ritornare.
Tirando la coperta dalla nostra parte mi piace interpretare questa formula misteriosa come una profezia. Tante volte abbiamo detto: che il non-expedit non è stato sempre una disgrazia, che dall’esilio dell’Opera dei Congressi è nata la Democrazia Cristiana, che il fascismo e lo scioglimento delle associazioni cattoliche è servito a formare una struttura che avrebbe creato la classe dirigente che avrebbe so sostituito il fascismo e in definitiva che il “movimento cattolico” deve ricominciare dalle cooperative, dalle banche popolari e dalle liste civiche “pro-familia” dei Comuni. E i comuni secondo la dottrina sociale cristiana non devono essere manomessi dagli strumenti politici che sostengono lo Stato, ma devono essere gestiti come enti autonomi di diritto naturale.

Preziosi
Mi sembra molto importante il contributo di Ernesto Preziosi, Presidente del Centro Studi Storici e Sociali, intitolato “L’impegno dei cattolici per il futuro del Paese”. Preziosi si occupa soprattutto del cantiere in atto e dei lavori in corso. Parte della quarantaseiesima Settimana Sociale dei Cattolici in Calabria, fa un’analisi del lavoro svolto e delle sue conclusioni, esponendo il programma che già si intravedeva in quei lavori Egli dice: “Come si vede a Reggio Calabria si è avuto un ricco ed articolato confronto che ora attende, anche alla luce del documento finale di essere continuata sui territori”. È passato un anno dalla 46. Settimana Sociale dei cattolici e non è ancora uscito il documento finale. Questo è un altro sintomo molto evidente della paralisi che ha immobilizzato il movimento cattolico. Io ricordo che nell’anno scorso i promotori di questo periodico on-line dovevano organizzare una riunione per stendere i risultati dei loro studi e delle loro convinzioni, ma rinunciarono a fare la riunione di Camaldoli perché la ritenevano superata dall’enorme lavoro preparatorio, a cui partecipava in prima linea l’Università Cattolica, in vista della 46 Settimana Sociale. Anzi, a quel lavoro preparatorio dedicammo una giornata di studio. La testimonianza di Ernesto Preziosi si chiude con la citazione degli appelli papali e degli inviti del Presidente della CEI. Suona come un grido di dolore l’interrogativo che Preziosi si pone: “Quale soggettività laicale è possibile oggi nel mondo cattolico e com’è possibile immaginare forme di raccordo e di collaborazione che restituiscano, alla ricca vitalità del cattolicesimo italiano, quella necessaria organicità cui è inevitabilmente legata l’efficacia dell’azione?”.
Caro Professor Preziosi, se proprio vogliamo immaginare qualcosa, lo potremmo anche chiamare Comitati Civici. Ma è questo che si vuole? O in realtà si aspetta che l’esponente cattolico più in vista nella non-politica di questa fase, il buon Formigoni, colga l’eredità di Berlusconi?
Preziosi si pone per intero il problema della “questione laicale”. La chiama “difficile soggettività del laicato cattolico”, che ha visto prendere il sopravvento da “una necessaria supplenza della gerarchia che è andata ad occupare spazi della dialettica politica”. Inoltre l’incomprensibile “ruolo dell’ACI”, l’incontro fra associazioni e movimenti messo in atto senza mobilitazione della base popolare, l’uso solo funzionale del laicato alle dinamiche anguste della nuova evangelizzazione, “la debolezza della soggettività laicale”, del difetto di capacità educativa e formativa. Scrive Preziosi: “Le difficoltà con cui il Progetto Culturale (del cardinal Ruini) ha raggiunto il livello di base fa pensare alla necessità di uno strumento nuovo perché una nuova valorizzazione del laicato cattolico rifondi quel “movimento cattolico” che ha giovato alla storia dell’Italia unita specie nella sua dimensione popolare”.
Nostro commento. Vogliamo chiamarla Opera dei Congressi? Vogliamo chiamarla Unione elettorale? Vogliamo chiamarla Comitati Civici? Vogliamo chiamarla con un nome nuovo? Ma la “cosa” cattolica va rifondata.
Lascio alla curiosità dei nostri lettori la rassegna delle iniziative.

In questo numero speciale non può mancare l’ennesimo appello di Angelo Bagnasco che, in un commento del lungo percorso dell’Unità Italiana, indica il bene comune come impegno preminente: “Quando in una società si mantiene la gioia diffusa dell’aiutarsi senza calcoli utilitaristici allora lo Stato percepisce se stesso in modo non mercantile e si costituisce aperto nel segno della sussidiarietà e della solidarietà. È da questo humus di base che nerva i rapporti nei mondi vitali – famiglia, lavoro, tempo libero, fragilità, cittadinanza – che nasce quella realtà di volontariato cattolico e laico, che fa respirare in grande e che è condizione di ogni sforzo comune e di operosa speranza”.
Definizione che mi sembra appropriata e matura dei compiti di un movimento cattolico a cui, speriamo tutti, che se ne aggiungano chiare formulazioni operative.

Giovagnoli
Il direttore della Rivista Civitas, il Professor Agostino Giovagnoli, scrive un saggio che fa da contrappunto al pregevole scritto di Franco Malgeri di cui abbiamo parlato all’inizio: un’analisi della presenza dei cattolici nei 150 anni “per evidenziare il profondo legame che ha unito la Chiesa ed i cattolici all’avventura dell’unità degli italiani cominciata da 150 anni”. Concludendo: “L’Italia ha bisogno di loro, anzi non può farne a meno”.
È un bel saggio che accresce la riflessione sulla importanza della presenza dei cattolici che purtroppo si conclude con questa frase: “E’ una responsabilità su cui riflettere, è una vocazione cui continuare a rispondere”. Il continuare a riflettere, che sembra essere diventato il motto di Giuseppe De Rita, ci pare un grave sintomo della presente paralisi.

Ornaghi
Il saggio di Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è intitolato: “Sul presente e sul futuro del’Italia”.
Ornaghi è stato uno degli animatori della Quarantaseiesima Settimana Sociale e propone un programma politico, che va dalle riforme costituzionali alle riforme politiche, dal federalismo alla sussidiarietà, dalla riforma dei partiti, alla ripresa dei valori. Fa riferimento al progetto culturale della quarantaseiesima settimana di Reggio Calabria. Molte idee ben preparate in un momento in cui la politica è in crisi per mancanza di idee. L’ultimo punto ha un titolo che ci piace molto: “Tornare al guelfismo”. E scrive Ornaghi: “Tornare ad essere con decisione guelfi comporta affermare l’idea e la realtà di italianità quale dato storico, di cui gli essenziali e più duraturi elementi sono religiosi e cattolici. La perennità e la esemplarità dell’Italia nei confronti delle altre nazioni dipendono dall’energia e dal successo dell’azione dei cattolici oggi”. E conclude: “Essere guelfi, oggi, implica la consapevolezza che la nostra posizione di vantaggio culturale va di giorno in giorno consolidata. Consolidandola saremo già pronti per quelle nuove opere, che soprattutto per ciò che riguarda la rilevanza e la capacità attrattiva della nostra partecipazione alla vita politica del presente, il futuro prossimo già ci domanda”.
Bellissima conclusione, grande consenso da parte nostra! La frase ci sarebbe piaciuta di più se fosse stata scritta così: “Essere guelfi implica la consapevolezza di essere pronti per la nostra partecipazione alla vita politica che già da troppo tempo ci viene richiesta”. Come potete vedere abbiamo abolito il “futuro anteriore” ed abbiamo adattato con un “passato prossimo” o se preferite con un “presente storico”.

Riccardi
Il saggio di Andrea Riccardi è intitolato: “identità e Missione”. Si rifà al discorso di Giovanni paolo II al Parlamento italiano che indica un compito particolare all’Italia per costruire l’Europa e per costruire un nuovo ordine internazionale. Alla conclusione Riccardi scrive: “La missione è collocarsi nel mondo. C’è un ritardo. Un ordine sparso nel procedere. L’Italia era un Paese importante nel mondo piccolo della guerra fredda; ora è un piccolo paese nel mondo della globalizzazione. Siamo la generazione della transizione. Questo cambiamento non è la fine del Paese, ma la fine di un tipo di Paese. Da qui bisogna realisticamente ripartire con una missione”. Consiglio di leggere il saggio di Andrea Riccardi: è entusiasmante.
(Andrea Riccardi ha, in questa estate, scritto un articolo su Il Corriere della Sera, che ha una conclusione pessimistica, perché dice: “Ci vorrebbe un De Gasperi, ci vorrebbe un Moro”. Rimandando il compito di far crescere il Paese alla Provvidenza che ci rifornisca nuovi personaggi. La sua idea è che ci sia bisogno di un organismo politico, capace di trasformare il Paese con la sua vocazione per compiti nuovi e speciali, non può essere rimandato scetticamente alla nascita di grandi personaggi. Quando nel 1943, il pesante maglio della storia si abbattè sull’Italia, De Gasperi non era nessuno e Moro era l’oscuro Presidente di un’associazione giovanile che non si trovava mai in sede. Caro Riccardi, non sono i personaggi che fanno la storia, è la storia che fa i personaggi. De Gasperi ti direbbe: “Mettiti alla stanga!”.

Diogneto
Ci sarebbero molte altre cose da segnalare ma voglio lasciare a voi la gioia della scoperta.
Voglio annotare solo una strana combinazione. Quando frequentavo al comunità del Porcellino, nelle conversazioni familiari fra Dossetti, La Pira, Fanfani e Lazzati (e vari altri pensatori di politica), ricorreva quotidianamente la citazione della famosa lettera a Diogneto e la definizione che l’autore sconosciuto dà dei cristiani. Bene, mi ha colpito ed impressionato che lo studio di Jean Dominique Durand, finisca citando la lettera a Diogneto, con il commento che il ruolo del cristiano può essere forte e potente se non ha paura.
Che sia questo il significato della paralisi che traspare anche dagli scritti più intelligenti e più saggi. Sono forse i cristiani immobilizzati dalla paura?

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Giacomo Sedati ed una battaglia dimenticata – Relazione di Bartolo Ciccardini tenuta all’Istituto Sturzo in occasione del Seminario di Studio in onore di Giacomo Sedati, il 15 Settembre 2011

15 Settembre 2011 Nessun commento

A. Il principio democratico e la crisi del sistema italiano

Giacomo Sedati fu, nel luglio 1971, il promotore di un Convegno che si tenne a Palazzo Barberini, nella sede del premio Roma, diretto da Sangiorgi, amico personale di De Gasperi: Una sede importante per un convegno a cui parteciparono 300 persone, che fu espressione delle idee, dei propositi e dei programmi di un gruppo di deputati che si chiamò volta a volta, “gruppo degli 80”, “gruppo dei 100”.
La cosa appare oggi abbastanza sorprendete perché Sedati era un uomo politico posato, un collaboratore attento e misurato di Mariano Rumor al Ministero dell’Agricoltura, ritenuto più tecnico che politico per la diligenza con cui eseguiva i suoi compiti.
Del resto le numerose persone che erano con lui facevano parte, salvo alcune eccezioni, di quel gruppo centrale di parlamentari che non si mettevano in mostra nel lavoro delle correnti.
Sono passati quaranta anni e ci si può stupire nel notare la preveggenza di quel dibattito e l’attualità di quei temi. Quaranta anni fa cosi si discuteva nella Democrazia Cristiana.
Per capire il significato di questo avvenimento e quindi il tipo di passione politica che animava Sedati, dobbiamo ricordare il momento e gli avvenimenti che caratterizzarono quegli anni.

B. Il 1971: il primo degli anni difficili
Il 1971 era infatti un anno speciale: entravano in funzione le Regioni e questo comportava degli assetti nuovi del partito. Ma soprattutto era entrato in crisi il centro-sinistra e questo comportava gravi sommovimenti sia nel quadro politico, sia nella società. Il centro-sinistra era stato una grande speranza ed aveva in s una sorta di mito di rigenerazione della politica italiana. Dal 1963 al 1968 per tutta la legislatura aveva governato Moro con i quattro partiti del centro-sinistra: DC, social-democratici, socialisti e repubblicani. Ma nel 1968, per la sconfitta elettorale dei socialisti i due partiti socialisti che avevano tentato l’unificazione si separano di nuovo. Nel Parlamento non c’è una maggioranza. Rumor prima tenta un tripartito, senza socialdemocratici (12.12.1968 – 08.08.1969); poi guadagna tempo con un governo monocolore (05.08.1969 – 27.03.1970); infine, sotto l’emozione per i primi attentati riesce a ricostituire il quadripartito (27.03.1970 – 06.08.1970).
E’ una fase convulsa in cui Rumor tenta di salvare il centro-sinistra, ma le maggiori conseguenze a questa instabilità si verificano nel partito. Iniziativa Democratica si rompe e perde la maggioranza assoluta, Moro si autonomizza e crea un suo piccolo gruppo, le correnti diventano addirittura otto, con delle conseguenze gravi sulla tenuta del partito di maggioranza. Nel frattempo nel Paese scoppiano gravi contestazioni sindacali e si scatena una forte contestazione studentesca.
Al Congresso i dorotei hanno perduto la maggioranza assoluta ed ora Piccoli, segretario del Partito, succeduto a Rumor, ha preso una forte posizione riformista. C’è stata nel settembre del 1969 una strana riunione politica, chiamata “Convegno di San Ginesio”, che mette in evidenza anche l’esistenza di una crisi generazionale. Piccoli si dimette ed ha inizio una Segreteria Forlani, il 9 Novembre 1969. Nel 1971 entra in crisi il collateralismo: è l’anno in cui Livio Labor si scinde dalla DC ed annuncia il suo movimento politico.
Devo qui fare alcune citazioni dalle cronache di quel periodo.
Piccoli nel Consiglio Nazionale dell’Ottobre 1969 pone un problema politico importante: il mantenimento del quadripartito, vale a dire la difesa ad oltranza del centro-sinistra. Le sinistre interne orientate da Moro pensano ad un bipartito, che rappresenta un superamento del centro-sinistra: un governo più debole, ma che ottiene minore ostilità dal Partito Comunista. Gorrieri addirittura “vede nel bicolore un primo passo verso un diverso rapporto con i comunisti”.
La riconferma del quadripartito è il primo risultato ottenuto da Piccoli. Ma Piccoli affronta anche un problema di carattere interno strettamente collegato: “A Piccoli va dato atto del gesto di coraggio politico che ha compiuto, quando ha chiesto che venisse posto all’ordine del giorno un problema (di cui si discute dai tempi del Convegno di Sorrento). Si tratta del problema della strutturazione interna della DC, dell’eliminazione della sovrastruttura delle correnti che paralizza tutte le decisioni politiche. (…) L’ appello di Piccoli non è rimasto senza risposta: sabato e domenica (27 e 28 settembre) in un Convegno di Studio tenuto a San Ginesio, si sono pronunciati in senso favorevole alla demolizione delle attuali sovrastrutture sia De Mita, sia Forlani. (…) Si apre finalmente nel partito un dibatto e non in termini culturali, ma in termini politici, su un diverso assetto, su una diversa selezione, su una nuova modalità di scelte politiche, in una parola un dibattito sulla costituente di un nuovo Partito”.
Successivamente su “La Discussione” leggiamo: “Il Congresso si è pronunciato in tutte le sue componenti per un profondo rinnovamento, almeno nei Comitati Regionali, dove non si toccavano interessi precostituiti, perché in pratica, non esistevano i Comitati Regionali. Invece, in Consiglio Nazionale, la Commissione, composta e dominata dai vertici delle correnti, ha presentato una articolazione statutaria che prevede la nomina dei Comitati regionali, mediante lo sciagurato sistema delle liste bloccate concorrenti alla ripartizione proporzionale dei seggi”.
Sì, signori! Avete letto bene: ecco quando e dove è nato il “porcellum”.

C. Rumor, Moro e la crisi del centro-sinistra
E’ fallito il primo centro-sinistra, si è spaccata la nuova alleanza e non è sufficiente un ritorno al centrismo. Rumor si batte per una riedizione del centro-sinistra. Moro esce molto colpito dalla crisi del suo esperimento del centro-sinistra ed inaugura una nuova strategia che vede il centro-sinistra come movimento di passaggio verso una edizione “più avanzata” dell’ “allargamento dell’area democratica”. L’aggettivo più avanzato diventerà in quel momento uno slogan molto usato per indicare qualcosa ce era aldilà dei confini delle cose possibili. E’ l’inizio di quella che sarà la politica dell’attenzione di Moro. Moro che si è già reso autonomo dal gruppo doroteo con una sua corrente, immaginerà di dirigere il partito attraverso una piccola corrente che modificando e ricomponendo le maggioranze interne possa produrre questo momento di passaggio.
Moro troverà come gruppi che gli consentiranno questa possibilità “i pontieri”, il gruppo di Taviani con Sarti e Cossiga, e soprattutto il gruppo di Base. Nel frattempo l’accentrarsi del dibattito politico ai vertici di piccoli gruppi aveva creato una forma di disagio nell’entroterra naturale della DC che esplose con la decisione di Livio Labor di fare una scelta socialista, di portare nel partito socialista la forza politica delle organizzazioni sociali che era rappresentata dalla corrente che si chiamava rinnovamento e forze sociali.
Ma Moro vedeva aldilà della scelta socialista (ed anzi sia lui, da un lato, sia il Partito Comunista dall’altro, non potevano in quel momento favorire un rafforzamento del Partito Socialista). L’operazione di Labor subì una dura frenata da parte di Donat-Cattin, che ne era stato l’ispiratore. Franco Foschi, che avrebbe dovuto dirigere il movimento politico, diventò Ministro ed Donat- Cattin divenne l’altro punto di forza della nuova strategia di Moro. Sotto la spinta che dà Moro alla situazione politica, le correnti interne del Partito diventano otto.
Questa politica avrà come suo dogma fondamentale la proporzionale all’interno del partito ed il riconoscimento sostanziale, anche se non formale, del potere correntizio.

D. Il Convegno di Sorrento
Dall’impostazione più ampia e più generale della crisi di passaggio del 1971, scendiamo alle sue conseguenze all’interno del Partito.
Sarebbe troppo lungo parlare del come si formò la pratica del “manuale Cencelli”. Ma in questo periodo cominciammo a vedere le liste di corrente rigide, la divisione proporzionale degli incarichi, il declinare della vita di Base, per il formarsi di gruppi di potere di vertice.
Il formarsi di questo nuovo costume provoca delle reazioni. Nel 1965 si era tenuto un Convegno molto importante: il Convegno di Sorrento, dove si era trattato proprio questo tema, di un avanzamento democratico nella vita del partito.
Rumor, uomo di partito, che aveva subito una forte influenza dossettiana nel momento di fondare “Iniziativa Democratica”, che aveva formato una generazione con l’Ufficio Formazione e che l’aveva portata a governare il partito sotto la segreteria di Fanfani, tornava al partito come segretario in un momento di crisi e si poneva il problema di un avanzamento democratico della sua vita interna.
Pensò al Convegno di Sorrento come ad una rifondazione culturale del partito: Forlani avrebbe dovuto fare una relazione ricca di proposte, Bisaglia avrebbe dovuto rispondere con una relazione più attenta e più frenata. Rumor alla fine avrebbe operato una mediazione nella sua relazione.
Ma le pressioni psicologiche, dettate da situazione da necessità emergenti, furono tante che la relazione di Forlani risultò molto poco propositiva, la relazione di Bisaglia ridusse il problema a quisquiglie, e Rumor recitò uno speranzoso atto di desiderio sulla rifondazione democratica del partito post-fanfaniano.
Ma non aveva intenzione di chiudere il problema: infatti mandò Fiorentino Sullo, che si era distinto per la sua posizione riformista in materia urbanistica e che aveva avanzato interessanti proposte a Sorrento, a fare il direttore de “La Discussione”, divenuta rivista di studio.
La reazione alla parcellizzazione proporzionalistica del potere investiva in quel momento sia il modo di condurre il partito, sia il modo di amministrare i Comuni più grandi (nei più piccoli resisteva il metodo maggioritario).
Fatemi aggiungere una cosa soltanto. I comitati regionali diventarono importanti per l’inizio dell’attività delle Regioni. Si incominciò a parlare di un problema che nacque subito allora, fino a diventare la bandiera dell’ultimo segretario della Democrazia Cristiana, Nino Martinazzoli: la regionalizzazione del Partito (proposta da Rumor al Convegno i Sorrento).
Si discusse a lungo attorno a questo problema, si pensò ad un sistema elettorale o maggioritario, per permettere il formarsi di maggioranze stabili. Una proposta per non fossilizzare le scelte con un prevalere dei capi corrente fu quella di adoperare il plurinominale di lista (che sarebbe troppo lungo spiegare e che cito soltanto perchè ebbe il suo momento di popolarità con il nome di “metodo Bodrato”). Dopo tanto discutere una commissione istituita da Bisaglia e Gullotti, fatta dai capi delle correnti, adottò il sistema adatto. E lascio indovinare a voi quale fu il sistema.
Sì, cari Signori, avete indovinato! Era esattamente il “porcellum” che permetteva ai capi corrente di nominare i membri del Consiglio regionale.
(Nello strano destino del nostro Paese non possiamo non inorgoglirci della genialità di questo grande partito che riusciva ad essere fantastico anche nella capacità di farsi del male. I congressi regionali non si tennero, i consigli regionali furono fatti a tavolino, manuale Cencelli alla mano).

E. Il gruppo degli “80” (poi chiamato anche gruppo dei Cento)
In questa situazione ci spieghiamo come mai la parte riformista, che avrebbe voluto adattare metodi democratici con scelte personali dirette generalizzate, che sia la parte riformista, sia la parte moderata, che incominciava ad intravedere una utilizzazione del Partito Comunista, prendessero consistenza politica.
Questo avvenne soprattutto nei gruppi parlamentari, dove un gruppo di deputati e di senatori, senza volersi organizzare in correnti, esprimevano questo timore e questa determinazione.
Un rumoreggiare contro politiche che venivano giudicate troppo coraggiose o troppo avventate c’era sempre stato nel gruppo parlamentare, ma qui per la prima volta ci troviamo di fronte ad un disegno politico.
Esaminiamo ora da vicino il contenuto e le proposte del Convegno e delle iniziative di questo gruppo. Giacomo Sedati, che ne era il leader, si proponeva di svolgere il rapporto finale. Nelle relazioni e negli interventi vi è un’ispirazione comune in cui si può osservare che il gruppo aveva elaborato delle tesi abbastanza mature e precise che non erano soltanto degli sfoghi di malcontento. Il nucleo più importante del gruppo era formato da tre personaggi, che erano stati ministri nel governo monocolore e che avevano dovuto lasciare il loro incarico quando si era riformato il governo di coalizione. Erano appunto Giacomo Sedati, Domenico Macrì e Giuseppe Caron. Insieme a loro c’era un gruppo di giovani deputati, che avevano già presentato una legge per l’elezione diretta del sindaco. Avevano inoltre accorpato un forte gruppo di deputati legati al loro collegio che disdegnavano l’affiliazione alle correnti e che avrebbero svolto una funzione dialettica nei confronti del partito fino alla presidenza del gruppo di Gerardo Bianco.

F. Piccola antologia delle sorprendenti idee del Gruppo degli “80”
A questo punto è necessario esaminare una piccola antologia dei numerosi interventi che non possiamo qui registrare interamente.
• Domenico Macrì espone la tesi fondamentale del Convegno.
Ma se al cuore della crisi, che ci preoccupa, ci è parso di cogliere una distorsione del principio democratico, è là che anzitutto dobbiamo fissare la nostra attenzione e puntare per i rimedi. Come? Potenziando il principio democratico e favorendone la realizzazione sempre più piena come libero consenso di uomini liberi e quindi come partecipazione. E dobbiamo cominciare dal nostro panito, perché per correggere gli altri dobbiamo prima essere capaci di correggere noi stessi. Bisogna ripristinare nel nostro partito il corretto gioco democratico di maggioranze e di minoranze attraverso precise caratterizzazioni politiche e opportune correzioni del sistema elettorale interno, che invertano la tendenza verso la polverizzazione degli schieramenti e pongano fine a quel madornale errore politico e a quella grave sconvenienza, che è la ripartizione proporzionale e implacabile del potere, stimolo deteriore alle suddivisioni e ai raggruppamenti.
Ma perché questa inversione di tendenza sia effettiva e perché la base sia effettivamente richiamata al senso concreto delle sue responsabilità e della sua partecipazione e perché il giuoco delle correnti abbia un valido contrappeso e perché la funzionalità e l’indirizzo unitario del partito siano efficientemente garantiti, noi crediamo che si possano sperimentare due considerevoli innovazioni: il referendum fra i soci su argomenti politici di grande rilievo e l’elezione diretta dalla base, nelle varie sue espressioni congressuali, dei segretari politici a tutti i livelli. Altri illustrerà nelle relazioni particolari più ampiamente queste iniziative: “(…) bisognerà attivare la partecipazione democratica (le innovazioni di democrazia scolastica, se correttamente condotte e attuate, se sottratte decisamente ad ogni forma di distruttiva e sabotatrice demagogia, potranno essere importanti; ma pensiamo anche a un serio funzionamento delle consulte di quartiere e ad altre iniziative di democrazia più diretta nei piccoli comuni) e dove ancora, almeno a carattere sperimentale, a livello comunale, si potrebbe anche prevedere l’elezione diretta da parte del popolo del capo dell’amministrazione”.
La proposta di Domenico Macrì concordata con gli altri deputati del gruppo è quella di allargare lo spazio della Democrazia e d introdurre dei veri sistemi democratici sia all’interno del partito, sia nelle amministrazioni pubbliche, per combatterla già avanzata crescita delle oligarchie politiche.

• Paolo Barbi è il relatore che affronta i problemi interni dei partiti.
In partenza si rifà subito al Convegno di Sorrento:“…la struttura del Partito ha avuto anche i suoi meriti, ma ha ormai manifestato la sua limitatezza e insufficienza (come è stato universalmente riconosciuto all’Assemblea di Sorrento nel 1966)”(…) “Lo stesso Segretario Politico Forlani, all’ultimo Consiglio Nazionale, ha dichiarato che -a monte delle stesse scelte politiche, delle stesse risposte agli interrogativi che ci vengono dalla società e quindi dell’intera attività politica – sta il problema del partito, della sua vita interna della efficienza operativa (che interessa tutti – ha detto giustamente – sostenitori, alleati e oppositori)”.
La relazione di Barbi suggerisce delle scelte molto precise: “Istituzionalizzare il ricorso al referendum interno sui grandi problemi politici e sulle scelte più impegnative di natura economica –sociale, in modo da esaltare la capacità di decisione politica dei soci e da dare loro il gusto e il senso dell’importanza di partecipare alla vita del partito; Attuare qualcosa di analogo alle elezioni primarie americane per la scelta, almeno di una parte, dei candidati alle elezioni politiche e amministrative, in modo da far partecipare soci e sostenitori della DC al momento così importante e difficile della designazione dei rappresentanti politici del partito. Una più diretta ed efficace influenza dei gruppi parlamentari nella scelta dei governanti, per ridurre, se possibile, la nefasta lotta delle correnti e accrescere la libertà e responsabilità di scelta del presidente del Consiglio; Una maggiore garanzia di stabilità di autorevolezza e di prestigio per il massimo responsabile del Partito, con la elezione del Segretario Politico da parte del Congresso Nazionale e ovviamente dei segretari regionali e provinciali da parte dei congressi locali”.

• Molto forte è la proposta dell’altro relatore, Carlo Borrini, che in questo periodo è molto impegnato a combattere il proposito di Livio Labor di portare le Acli ad una scelta socialista. Borrini si dichiara favorevole a duna prospettiva di unità sindacale, assieme ad una severa regola di incompatibilità tra mandato sindacale e mandato politico.

• Giuseppe Caron fa un esame molto attento della politica economica che allora veniva svolta in un quadro pressocchè mitico ed intoccabile che si chiamava programmazione.
mette in guardia dalla pericolosità di subordinare sistematicamente la realtà dell’economia alla logica delle formule. Riafferma il principio che la finalizzazione sociale del programma“non può essere in nessun caso essere confusa con la proliferazione indiscriminata del settore pubblico”.

• Antonio Lombardo analizza il funzionamento del sistema proporzionale, chiamandolo “fazionalismo eterodiretto”. Secondo questa definizione la suddivisione della composizione del Consiglio Nazionale in otto gruppi, a causa della proporzionale, presuppone che la linea politica venga imposta dall’esterno con le alleanze. In qualche modo la DC si comporta come una unione elettorale dei tempi del Conte Gentiloni, che presta i suoi voti alla coalizione che viene decisa al suo esterno.

• Non ci fermeremo molto sulla relazione di Carlo Scarascia Muguozza, ma non posso non annotare che il grande programma che si propone (controllo del Consiglio dei Ministri della Comunità effettuato da un Palamento eletto a suffragio universale, commissione esecutiva che svolga un compito politico, moneta unica, federazione e principio fondamentale di democratizzazione delle istituzioni europee), ci dà il livello di quanto fosse e coraggiosa l’impronta riformista di questo gruppo, che non sente affatto la vocazione di moderare l’audacia altrui, ma che propone seriamente di risolvere la crisi adottando un rafforzamento dei sistemi democratici.

• Edoardo Speranza si sofferma su “l’accettazione del Governo come motore del sistema parlamentare e come guida della maggioranza. Devo qui aggiungere che per il retto funzionamento del Governo, cioè perché esso possa svolgere il suo ruolo verso il Parlamento e verso il Paese è necessario che venga meglio definita sul piano giuridico e politico la funzione del Presidente del Consiglio che secondo la Costituzione «dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri ». (Art. 95 C)”.

• Cito soltanto per memoria l’intervento di Celso De Stefanis, molto bello e molto colto. Cercherò in altro momento di approfondire il tema che lui pone. Ma qui voglio sottolineare soprattutto una cosa: Giacomo Sedati era per carattere, per curriculum politico, per origine ambientale e sociale, molto diverso da Celso De Stefanis. Ciononostante, in questo periodo ed in tutto il periodo successivo in cui si determinò la funzione e l’influenza di questo gruppo, la leadership di Giacomo Sedati ebbe la capacità di accettare collaborazioni non facili, con uno spirito che posso definire di grande ospitalità meridionale.

• Di Achille Albonetti, che partecipa con un intervento al Convegno, voglio ricordare che in quel periodo sosteneva una tesi molto difficile: la non accettazione del trattato di proliferazione nucleare. Facevamo questa battaglia in Parlamento io e Zamberletti. Nostro ispiratore era un grande Ambasciatore, Roberto Ducci. Lo scopo di questa battaglia non era quello di costruire la bomba atomica, come asserivano i disattenti comunisti, ma era quello di non compromettere la posizione italiana nel ruolo importante che l’Italia aveva nella costruzione europea.

• Giuseppe Zamberletti mette in collegamento la riforma delle Regioni e la richiesta di “una massima espansione delle autonomie regionali” con una riequilibrante soluzione presidenziale, sia nei Comuni, nelle Provincie e nelle Regioni, paragonando il sistema parlamentare italiano con il sistema presidenziale degli Stati Uniti e della Francia: “Vogliamo soltanto che il modo di partecipazione dei cittadini alle grandi deci­sioni po’litiche, sia più semplice e più democratico”(…) “Per concludere, tornando alla prospettiva europea, voglio ricordare che tre grandi Paesi europei, due membri della comunità (Francia e Germania), uno candidato ad entrare in essa (Gran Bretagna), si sono dati istituzioni in cui in un modo o nell’altro, è il popolo a scegliere chi deve governare”.

G. Il programma di Giacomo Sedati
Siamo arrivati alla conclusione di un Convegno che appare straordinario per le proposte coerenti e conseguenti che fa sia in politica interna ed economica, sia in politica estera e sia sulle funzioni che deve svolgere un partito moderno. Ci appare quasi miracoloso il fatto che Giacomo Sedati sia riuscito a mettere insieme una aggregazione così vasta e così impegnata su soluzioni non certamente facili.
Ora dobbiamo soffermarci sulle conclusioni di Giacomo Sedati.
Voglio darvi soltanto un indizio della profondità politica di quello che stiamo ascoltando. Oggi in Italia i due più grandi partiti si domandano se sono utili le primarie: il primo pretende che le primarie non sono necessarie, perché hanno già un padrone; il secondo le teme perché ha paura che le gerarchie oligarchiche non siano messe in discussione dalla volontà popolare, come talvolta è avvenuto. Orbene, nel 1971, Giacomo Sedati propone di “realizzare una responsabile partecipazione dei soci, chiamandoli al referendum sulle questioni più importanti ed alle elezioni primarie per la scelta dei candidati alle elezioni politiche ed amministrative”.
Signori, giù il cappello! Siamo nel 1971!
Ma seguiamo il ragionamento di Sedati:
“Se ci proponiamo di correggere la distorsione del princi¬pio democratico, dobbiamo innanzitutto ripristinare nella DC, come ha detto l’On. Magrì, il corretto gioco democratico di maggioranza e di minoranza sulla base soprattutto di chiare caratterizzazioni politiche, ma favorendolo anche mediante opportuni adeguamenti del sistema elettorale. Si porrà fine alla proliferazione delle correnti, stimolata da un assurdo e paralizzante frazionamento del potere. Per conferire maggiore efficienza alla funzione direttiva, sottraendo¬la ad alterni compromessi, si propone l’elezione del segreta¬rio del partito da parte del Congresso Nazionale e nello stesso modo quella dei segretari regionali e provinciali, da parte dei rispettivi congressi. Non basta rinvigorire la dirigenza, occorre, come è stato sottolineato nella relazione del collega Barbi, realizzare una responsabile partecipazione dei soci, chiamandoli al refe¬rendum sulle questioni più importanti e alle elezioni primarie scelta dei candidati alle elezioni politiche ed ammini¬strative.(…)
Per una maggiore intesa e collaborazione tra i partiti de¬mocratico-cristiani, si propone la costituzione all’interno del nostro partito di una commissione a prevalente carattere poli¬tico che stimoli il processo di democratizzazione delle istitu¬zioni della elezione del parlamento europeo e della nomina della commissione esecutiva e del governo. Una sì fatta comunità di popoli liberi rafforzerà in Europa la vita democratica, emarginando forze eversive nazionali che verrebbero ristrette ad un più modesto ruolo regionale.
E mi avvio alla conclusione.
Ho tentato una sintesi del lavoro compiuto, dal quale emergono favorevoli prospettive per il superamento della cri¬si, condizionato però notevolmente dalla piena attuazione del principia democratico.
In questo impegno non saremo soli, noi speriamo che sa¬ranno con noi anche le altre forze democratiche, che collabo¬rano alla politica di centro-sinistra che è sorta per allargare 1′aria di libertà con il metodo della libertà e quindi della partecipazione popolare democraticamente organizzata.
Su questo punto non dovrebbero nascere contrasti, se la adesione alla politica di centro-sinistra è stata sincera, ed è la verifica fondamentale per l’attuazione di un coraggioso e realistico programma di riforme adeguate alle aspirazioni po¬polari ed attuate nell’ordine e nella pace sociale. La verifica, dell’altrui adesione presuppone l’attuazione in casa nostra del principio democratico: è questo l’appello che lanciamo a tutti gli amici compresi quelli investiti dalle massime responsabi¬lità; ma soprattutto ai soci della cosiddetta base, perché ani¬mi un dibattito che porti a decisioni nel Consiglio Nazionale.
Nel prossimo Congresso nazionale del partito sarà neces¬sario porre in seconda linea interessi personali e di gruppo, rispetto al bene comune ascoltando il monito dell’elettorato che tornerà certamente a noi ed in misura copiosa; se sapre¬mo ridare vitalità al sistema democratico facendolo progre¬dire nell’ordine e nella libertà”.

H. Il commento di Giovanni Sartori
Per giudicare l’importanza della iniziativa di Giacomo Sedati e della impressione che fece sia all’interno del partito, sia nella opinione pubblica, abbiamo voluto riportare un editoriale del Corriere della Sera, di Giovanni Sartori, completamente dedicato alla valutazione delle idee di questo gruppo ed alle conseguenze che avrebbe potuto avere nella situazione politica italiana. Scriveva Sartori: “Due anni fa venti deputati democristiani costituivano un «Comitato per il superamento delle correnti». Nel loro ap¬pello di dicevano cose sacrosante. Si denunziava la massima – tuttora trionfante – a detta della quale « non è impor¬tante quello che si fa, ma le forze con cui lo si fa». Si con¬statava che quella massima produceva una politica di «sca¬tole vuote» di nominalismi, di etichette, di formule fumo¬se la cui vera e sola sostanza era la manovra degli schiera¬menti, la «logica delle correnti», e si chiedeva che il male venisse estirpato alle radici da una riforma elettorale maggio¬ritaria, da un nuovo modo di comporre le maggioranze». Gli stessi nomi di allora ricompaiono, in più nutrita com¬pagnia, nel documento degli “ottanta” che ha clamorosa¬mente risollevato, in questi giorni, il problema. Non è la prima volta che dall’interno della DC si invoca una riforma di strut¬tura che ponga un freno alle risse e allo spadroneggiare delle correnti. Se ne parla quantomeno dal congresso di Sorrento. Ma sinora ogni richiamo alla mozione votata a Sorrento è sta¬to lestamente insabbiato dalla pronta collisione degli interessi minacciati. Questa volta si ha l’impressione che gli interessi minacciati siano sulla difensiva, e che il documento degli «ottanta» sia riuscito a fare breccia. Se ne tornerà a discu¬tere a fine mese; ne verrà investito il consiglio nazionale; e certo è che Forlani non ha cacciato la testa nella sabbia. Il segretario della DC ha riconosciuto che nove correnti (tante sono allo stato degli atti) sono troppe; ha anche coniato, per alludere a questa degenerazione frazionistica, il termine «cor¬rentismo »; e si è espresso con una chiarezza che, per essere insolita, torna a suo onore. Occorre trovare, ha detto Forlani, «un metodo elettorale interno che favorisca la rappresentazione corretta delle alternative essenziali, senza favorire il for¬marsi di aree rigide e chiuse, di influenze solo personali. Ci riusciremo».Se Forlani riuscirà, sarebbe davvero un gran giorno: per le sorti del paese, non meno che per il DC. I mali che ci afflig¬gono sono innumerevoli. Ma all’origine di tutti questi mali sta una stessa causa di fondo: la frantumazione, a livello di unità operativa, dei nostri maggiori partiti di governo. A cominciare dalla DC. Ma ricordando che il PSI non naviga in acque mi¬gliori, che anche il PSI è diventato un pascolo di fazioni. Il nostro non è più uno Stato governato dai partiti E’ piuttosto, uno Stato di sotto-partiti, fondato su dei partiti a pezzi, e quindi su dei pezzi di partito. La gestione del siste¬ma politico si svolge a due livelli, e le vere forze traenti, il vero gioco politico, si sviluppa al livello sub-partitico. La differenza è grandissima. Al livello dei partiti abbiamo testé ristabilito un governo di coalizione a tre: DC, PSI e PSDI. Ma al livello sub-partitico il computo delle forze è diverso, e le regole del gioco sono diverse. Vale a dire, al livello sub¬partitico troviamo la ben diversa realtà di schieramenti che traversano i partiti, e di fazioni che manovrano come parti, o partiti, a se stanti. Gli elementi salienti del gioco degli schieramenti sono due. Primo: uno spregiudicato attraversamento delle linee di partito, tanto spregiudicato da cancellare la identità e la piat¬taforma programmatica con la quale i partiti si presentano alle elezioni. Secondo: la messa in minoranza delle maggio¬ranze. Si prenda il nuovo corso che si cerca di imprimere alla politica italiana, variamento detto repubblica conciliare, fron¬tismo strisciante, o equilibri più avanzati. Se il nostro sistema politico fosse davvero fondato sui partiti, una svolta del genere ;sarebbe improponibile. Un governo DC, PSI e PSDI dispone di una maggioranza più che sufficiente per governare. E nes¬suno dei tre partiti in questione si è presentato all’elettorato con un programma di via Cilena al comunismo». Tutti e tre hanno chiesto voti per un governo di centro-sinistra che fosse o restasse tale. E allora? L’arcano è svelato dal secondo elemento del gioco sot¬to partitico: la messa in minoranza delle maggioranze. Sembra un paradosso. Ma il paradosso si scioglie distinguen¬do tra due tipi di maggioranza: reale e cartacea. Una vera maggioranza: non è scomponibile, e costituisce pertanto una unità operativa. Una maggioranza cartacea è invece costituita da una somma, e cioè da una alleanza di minoranze. In tal caso 1e unità operative sono le minoranze che variamente com¬pongono e scompongono un dato «cartello di maggioranza». Le sinistre d.c. rappresentano al massimo un terzo del partito, e solo in parte sono davvero disposte a seguire Donat-Cattin ed i suoi sino in fondo. Anche la sinistra lombardiana del PSI costituisce una minoranza. Ma qui comincia l’affasci¬nante gioco delle fazioni su linee esterne. Donat-Cattin si appoggia a Lombardi, e Lombardi poggia su Donat-Cattin; ed entrambi s,anno di poter contare, per soprammercato, sul¬l’interessato fiancheggiamento del PCI. Su que5te premesse il gioco si sviluppa, grosso modo, in tre tempi. Primo tempo: il sinistrismo DC rinforza la sinistra socialista, dal momento che il PSI non può tollerare di essere scavalcato a sinistra. Secondo tempo: tutto l’asse del PSI si sposta, di conseguenza, a sinistra. Dopodiché la corrente più avanzata della DC può cavalcare la tigre a dispetto di tutto il partito, dal momento che viene tutelata, oramai, dalla stessa maggioranza del PSI. Ecco, dunque, come due fazioni largamente minoritarie, allean¬dosi di fatto sopra la testa dei rispettivi partiti, sono diven¬tate la forza traente della politica italiana. Questa, per sommi capi, la radiografia del sotto governo dei sotto-partiti. Radiografia dalla quale si vede che la pro¬testa e la proposta degli ottanta mette davvero il dito sulla piaga. La partita che si riaprirà a fine mese è grossa, anzi decisiva. Occorre che l’opinione pubblica la percepisca in tutta la sua importanza. Per risalire la china, e mettere la museruola alle fazioni, non bastano le esortazioni. Occorre superare il proporzionalismo, e cioè il meccanismo che incen¬tiva il frazionismo e premia le fazioni. La DC potrà espri¬mere una vera maggioranza e riprendere in mano le sorti del Paese solo a condizione che Forlani riesca”.
I. Perché Sedati?
Debbo confessare che pur avendo conosciuto bene Giacomo Sedati, pur essendo stato un collaboratore di Rumor al Ministero dell’Agricoltura, dove avevo potuto apprezzare il suo grande contributo alla realizzazione del piano verde, pur conoscendone le grandi doti morali, sono ancor oggi stupito che egli abbia rotto in modo coraggioso un certo “conformismo moderato” del gruppo parlamentare per prendere una posizione così viva ed allora perfino molto discussa. Egli non aveva l’ambizione di fare il capo-corrente, non aveva l’astuzia manovriera per sfruttare le circostanze favorevoli. Era un galantuomo, molto rappresentativo della sua Regione, molto accurato nella gestione dei problemi. Come giunge a diventare protagonista di questo gesto?
Io ritengo per due ragioni. La prima: per fedeltà a Rumor. Sente che Rumor si batte per il centro-sinistra perché sa che in quel momento non c’è speranza oltre quel confine. Sedati fa sua questa linea, con la sua onestà di rappresentante di una sana Regione meridionale, quasi per una scelta dovuta. Ne avrà parlato con Rumor? Non lo so. Ma ritengo impossibile che Rumor non ne fosse informato.
La seconda: per la sua generosità.
Perché il gruppo degli “80” diventò un fatto politico importante nella vita parlamentare?
Perché Sedati seppe mettere assieme, con grande generosità e pazienza, elementi diversi che non avrebbero potuto stare assieme. Non aveva pregiudizi, non emetteva veti, accettava il contributo di tutti anche quando non era molto simile alle sue considerazioni. Faccio un esempio solo: egli non ebbe alcuna difficoltà ad utilizzare al meglio un contributo importante e difficile come quello di Celso De Stefanis.
Può capire questo tratto solo chi è stato ospite di Giacomo nella sua casa di Ariccia, solo chi ha frequentato quegli incontri familiari che egli dedicava ai colleghi del parlamento, portando a Roma le primizie delle sue terre. Reggeva un disegno politico non secondario perché era uno degli ultimi veri “signori” che aveva l’Italia.

L. Utile spiegazione alla mancanza di memoria
Perché questo episodio è stato praticamente dimenticato? Ce l’ha spiegato Giuseppe Vacca, il 18 Agosto 2011 nella sua relazione “De Gasperi visto dal PCI” tenutasi a Pieve Tesino. Vacca spiega che negli anni ’70 il Partito Comunista, a differenza degli atri partiti dava un’impostazione storiografica alla sua linea politica, era stato costretto a modificare il giudizio storiografico sulla DC di Togliatti, che per la verità era miope e meschino (la DC come partito degli americani e dei padroni) prendendo atto che nella DC c’erano diverse anime, una delle quali poteva essere valutata in maniera diversa perché avrebbe potuto muoversi verso posizioni “più avanzate”, dove “più avanzate” significava più utili alla tattica che in quel momento il Partito Comunista si riprometteva.
In questi anni il Partito Comunista cominciò a dare un giudizio diverso sulla posizione di Moro, che ritenendo esaurito l’incontro con i socialisti, si riprometteva uno sguardo aldilà del cancello chiuso e, insieme con esso, il gruppo della Base, che userà come sponda per rafforzarsi il giudizio positivo della storiografia comunista. Tutto il resto era da considerare “fascista” oppure inesistente.
Questo giudizio ha pesato molto per molti anni nell’indirizzare la cultura italiana nei suoi giudizi verso l’azione della DC. Fu Mieli per primo a denunciare questa parzialità de giudizio storico nel 1988. (E più recentemente Paolo Mieli, il 28 Giugno 2011, su Il Corriere della Sera, a pag.36, a commento dei libri di Gilda Zazzara “La Storia a sinistra” (La Terza editore) e Paolo Spriano “Le passioni di un decennio” (Garzanti Editore), proprio del 1986).
(Anche in sede storiografica vicina a noi ci sarà bisogno di una rivalutazione dei movimenti riformisti all’interno della DC, come auspicava Leopoldo Elia: “La storia della DC ha ancora molte pagine da svelare e tutti noi, se non vogliamo ridurci a veterani patetici, dovremmo colmare qualche lacuna: ne ignorata damnetur”).

M. Post scriptum: che avvenne poi?
Che avvenne delle idee patrocinate da Sedati? La elezione diretta del sindaco, dei Presidenti delle Regioni, dei Presidenti delle Province, fu realizzata circa trenta anni dopo, quando ebbe fine la partitocrazia. La elezione diretta del Segretario del Partito segnò una fase nuova nella vita del partito e fu approvata nel 1976. La Discussione, diretta da Sullo e poi da Ciccardini, cercò di ravvivare la vita di Base del partito diffondendo le Feste dell’Amicizia.Il gruppo parlamentare esercitò una sua forza autonoma in dialettica con la Segreteria e le correnti organizzate eleggendo Gerardo Bianco capo-gruppo nel 1979, con l’aiuto determinante di Mazzotta e di Segni. Altre idee furono riprese da altri gruppi di parlamentari che si chiamò “proposta” e che dette vita al moto referendario. Molti anni dopo.

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Newsletter numero 24 Anno II di www.camaldoli.org

7 Settembre 2011 Nessun commento

7 settembre 2011 Anno II Numero 24

Mentre infuria il balletto delle manovre disperate vogliamo ricordare una proposta di Mazzotta e Capaldo che abbiamo pubblicato alcuni mesi fa scrivendo una
Lettera al Direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/al-direttore-ferruccio-de-bortoli/

Un momento di silenzio e di meditazione sulla dolorosa scomparsa che ci ha colpito in questi giorni
Ma perché Martinazzoli pagò per tutti noi ?
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/ma-perche-martinazzoli-pago-per-tutti-noi/

Abbiamo chiesto al leader storico dei referendari un parere sulla nuova iniziativa
Rimedi politici ad una crisi che è soprattutto politica
di Mario Segni
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/rimedi-politici-ad-unz-crisi-che-e-soprattutto-politica-di-mario-segni/

Ci giunge un invito alla necessaria unità di coloro che vogliono il ritorno alla democrazia
Non rassegnamoci al “Porcellum”
di Massimo Gargiulo
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/non-rassegnamoci-al-porcellum%e2%80%9d-di-massimo-gargiulo/

Ormai tutti parlano della necessità di una presenza attiva dei cattolici in politica, ma circolano troppi forse, troppi ma, troppi “aspettiamo un po’”
Facciamo un po’ di polemica con Andrea Riccardi e Giuseppe De Rita perché camminano come le lumache
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/facciamo-un-po%e2%80%99-di-polemica-contro-andrea-riccardi-e-giuseppe-de-rita-perche-camminano-come-lumache/

Antonio Bruni e le sue poesie: un evento da non mancare
8 settembre alle 18:00 nella Sala Capitolare presso il Chiostro del Convento di Santa Maria Sopra Minerva – Piazza della Minerva 38 Roma
Nicola Signorello
Alla protomoteca del Campidoglio Martedì 13 settembre 2011, ore 17.30
“Giacomo Sedati day”
15 settembre 2011, ore 17.00 all’Istituto Luigi Sturzo in via delle coppelle 35
Con Francesco Malgeri, Bartolo Ciccardini, Emanuele Bernardi, Massimiliano Marzillo
clickando :

http://www.camaldoli.org/2011/09/appuntamenti-da-non-perdere-2/

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Biancaneve prima dell’impero

19 Gennaio 2011 Nessun commento

Nella prima domenica del  2011,  la Rai ha trasmesso in prima serata un classico del cinema degli anni ’20, Biancaneve e i sette nani.  Una serata speciale, dedicata alla cultura dei favolosi anni ’30. E’ il periodo fra le due guerre: l’America, pur essendo già una potenza mondiale, non è ancora la potenza egemonica del secondo dopo guerra. Ha vinto nel 1918 la guerra in Europa ma le potenze alleate europee non se ne sono accorte, o peggio ancora, hanno deciso di non accorgersene. La proposta utopistica di Wilson per un governo mondiale viene respinta dal Congresso americano. L’America si chiude in se stessa e viene sconvolta da una terribile crisi economica. Ne esce con il riformismo roosveltiano e con un alto patrimonio di idealità sociali e di sogni ottimisti. La sua letteratura dà un contributo imponente alla cultura mondiale, il suo cinema con Frank Capra dà una rappresentanza sognante e progressista dello stile di vita americano. Sono tutte le componenti del sogno americano degli anni ’30. L’America si prepara così ad affrontare il Male Assoluto, in una battaglia che la porterà ad essere la prima potenza egemone.

Ma il gioiello con cui l’America del sogno conquista il mondo è una favola raccontata in un modo completamente nuovo. Walt Disney ha portato ad una perfezione commerciale il disegno animato. I suoi personaggi, Mickey Mouse in testa, sono semplici, sognanti ed ottimisti, come il giovane piccolo Lord Fontleroy. Ma vivono ancora nello spazio di pochi secondi. Ora Walt Disney parte per un avventura tecnica che è già di per sé un capolavoro: un film  di disegni animati a lungometraggio ed a colori.

Biancaneve e i sette nani è l’inizio di un epoca. Io ho vissuto da ragazzo, l’arrivo di Biancaneve. Il piccolo cinematografo con le sedie scomode era affollato all’inverosimile, con le persone in piedi. Il raggio del proiettore tagliava il buio, pieno di fumo delle sigarette. L’aria era irrespirabile, l’attenzione spasmodica ed il pubblico segnalava le emozioni come fanno i viaggiatori sulle montagne russe, con urla di spavento, con sospiri di ammirazione, con risate di simpatia. Era un capolavoro splendido, elementare, sognante e dolcissimo.

Il copione è esattamente quello dello spettacolo di varietà americano degli anni ’30, semplice, popolare, variato con la giusta mescolanza di tragico, di comico, di commovente.  I nani sono dei clown disegnati come caricature. Fuori da ogni regola dello spettacolo serio. Le ambientazioni magiche sono ispirate al puro horror, mentre i personaggi veri della favola si muovono come danzatori di un balletto classico.  La matita del disegnatore si adegua ogni volta a questa varietà che era tipica del più popolare palcoscenico degli anni ’30. Ma tutto questo con la tecnica nuova del disegno animato che sarebbe diventata un genere letterario a sé stante.

Ma Biancaneve è anche un splendida rappresentazione di quell’epoca. Biancaneve è una ragazza alla moda anni ‘30, truccata come Loretta Young[1], ma semplice come Deanna Durbin[2], recita come Shirley Temple e canta come Jeanette MacDonald[3]. Il jazz non è ancora approdato in società ed il rock è di là da venire. Le ragazze, anche se principesse, si muovono dolcemente e cantano gorgheggiando, come faceva la Jeanet MacDonald che gorgheggiava canzoni sacre nel Cafè Chantant di San Francisco. Ma fra pochi anni Deanna Durbin canterà, vestita da giovane operaia, intenta a costruire le navi Liberty, gorgheggiando Begin the Beguin, con la incantata faccetta di Biancaneve.

Rivedere Biancaneve dopo settant’anni ha rievocato in me, tutte quelle emozioni e mi ha fatto ripensare al lungo percorso dell’America da Biancaneve ad Obama.

E’ iniziata così un epoca che ora sta morendo ed è molto significativo che all’inizio del 2010 Rai Uno riesca ancora a commuoverci proponendoci Biancaneve.

 


[1] Loretta Young è una grande attrice degli anni ’30, bruna, truccatissima dai grandi occhi dolcissimi

[2] Deanna Durbin, fanciulla prodigio che cantava all’italiana, tipica esemplare di ragazza educatissima. Fece da bambina alla serie Tre ragazze in gamba (Three smart girls) e cresciuta cantò vestita da operaio, in onore delle maestranze femminili dello sforzo bellico americano. Per il video cliccare qui:

[3] Jeanette MacDonald canta gorgheggiando nel terremoto del film “San Francisco” riuscendo a convertire così il ruvido Clark Gable

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Catalogo dei notevoli ragguagli del 24 dicembre 2010

19 Gennaio 2011 Nessun commento

E’ la vigilia di Natale. Sono a Londra per fare il Natale con i miei nipoti, tutti italiani e per metà inglesi. Vado a prendere il taxi che mi porta da questo angolo londinese di artisti e di graffiti, alla più pacata atmosfera di Holland Park. Ma qui ho ancora la speranza di trovare un giornalaio indiano che abbia conservato una copia di un giornale italiano.

E’ solo una cattiva abitudine, è solo una mania compulsiva, non riuscirò a dormire questa notte se non leggo un giornale italiano prima di addormentarmi. Supero due o tre isolati, con tutti i negozi chiusi, con gli antichi pub dalle luci spente con le modernissime agenzie per la vendita di case con le sedie accavallate sui tavoli, ma finalmente trovo come una piccola luce sperduta in un presepio abbandonato, il giornalaio indiano con l’ultima copia del Corriere della Sera. Ho un senso di liberazione, chiamo un lontano taxi, mi sprofondo soddisfatto nel comodo vano che i taxi inglesi riservano agli ospiti e mi abbandono alla mia droga abituale, anche se lo scetticismo mi avverte: “cosa puoi mai trovare nella copia del più ufficiale dei giornali italiani la sera di Natale  in una metropoli multiculturale del XI secolo ?”

Invece no. Mi sembra di sognare, c’è tutto e di più ancora. Forse sono entrato in un Natale di un’altra dimensione. Anzi decido di compilare il sommario di questo numero straordinario ed eccomi ritornato a Roma, mi affretto a scrivere nel modo più burocratico possibile la lista degli eventi registrati da un giornale illustre nella sera del Natale 2010 in pieno XI secolo.

 

CATALOGO DEI NOTEVOLI RAGGUAGLI PUBBLICATO IL 24 DICEMBRE 2010 DAL CORRIERE DELLA SERA, QUOTIDIANO DI MILANO

 

1-  Il rispetto e la speranza. Bellissimo editoriale di Carlo Magris, in cui si cerca di ricordare cosa è il vero Natale: un padre fuggiasco, una madre in pericolo, un bambino destinato a morire, un’umanità che non vuole redimersi, una speranza che qualcosa avvenga.

2-  Mirafiori come Pomigliano, la Fiat trova l’accordo con Cisl e Uil sul nuovo contratto “americano”. L’italo canadese Marchionne introduce di forza in Italia la flessibilità targata Chrysler. Saltano sessanta anni di storia sindacale.

3-  Il Paese vuole le riforme. E’ l’appello di Ruini, Cardinale in pensione in un intervista che sarà storica per la politica dei cattolici. Il Cardinale apre al federalismo, come contrappeso ad un rafforzamento dell’esecutivo, non ritiene necessaria una scelta autonoma dei cattolici che possono stare dappertutto, in ogni formazione politica. Diventano irrilevanti, in modo che i problemi politici direttamente fra il Cardinale ed il Premier. “Personalmente (il Cardinale) non ama dare giudizi pubblici sui comportamenti privati delle singole persone” dichiarazione e linea con l’abolizione della Confessionee della penitenza. Finiscono centocinquanta anni di mobilitazione sociale dei cattolici eretta in difesa dalle conseguenze della rivoluzione francese.

4-  Nuova applicazione di un intelligenza finora sprecata. Paolo Cirino Pomicino si domanda: “è possibile che l’Italia sia l’unico Paese in Europa che non abbia né un partito socialista, né democristiano, né liberale, cioè le tre grandi cultura politiche che governano l’Europa ?” ed inoltre “In nessuna democrazia occidentale c’è un premio di maggioranza come il nostro”. E’ l’esatto contrario del progetto Ruini. 

5-  La lega reclama la Lombardia per Maroni. In questa maniera si raggiungerebbe finalmente l’unità politica della Padania. Intervento di Maroni, legittimato dalla gazzetta ufficiale della seconda Repubblica: Porta a porta.

6-  Passa la riforma della Università ma gli atenei sono senza fondi ed i giudici non revocano le misure cautelari per gli studenti fermati. Napoletano dice, io incontro tutti.

7-  L’Italia in crisi compra terreni in Africa ed in sud America. Una legge invita i cervelli a ritornare in Italia (Talenti all’estero potete rientrare di Beppe Severgnini).

8-  Israele trasforma in museo l’ultimo Kibbutz. Il Papa nomina un cinese a propaganda Fide, muore Paola a cui la sorella ha rifiutato un trapianto.

9-  Il Capo dell’aeroporto sconfitto dai gabbiani. Bernabei dichiara Telecom vicina alla normalità finanziaria.

10-         Benitez divorzia da Inter e incassa 3,4 milioni di Euro.

 

 

Sono arrivato alla mia meta, la cena della famiglia riunita mi aspetta, mi sento consolato e tranquillo dalla soluzione di tanti problemi. Mi disturba un piccolo dubbio, nessuna di queste bellissime notizie risponde all’editoriale di Marina Corradi intitolato La rabbia e la speranza che avevo letto sul numero domenicale del quotidiano cattolico di Roma che non mi sembrava consonare. Ma decido di lasciar passare il Natale. Andando a rileggere Marina Corradi dopo il giorno della famiglia, il 25 dicembre ed il giorno della pace il 1 gennaio. Anzi, rileggiamolo assieme.

 

20 dicembre 2010

Protestare non basta, serve ricominciare

La rabbia e la speranza

«Nascondervi dietro a un dito dicendo che è colpa del black bloc non serve a nulla. Siamo noi, ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia», scrive un ragazzo a Roberto Saviano. «Mia figlia, trent’anni, precaria e nessun sogno», scrive una “mamma arrabbiata” a un quotidiano. Rabbia, dopo le piazze del 14 dicembre, è la parola più diffusa per raccontare una generazione. Che ha guardato la guerriglia senza parteciparvi, ma anche, non pochi, senza indignarsene; come fosse il rigurgito di una frustrazione coralmente avvertita.

Non che non ne abbiano ragioni. Questi sono i ragazzi del precariato infinito, lieti, a trent’anni, di un contratto che ne dura tre; e ci si chiede come ci si fa una famiglia, o una casa, con prospettive così brevi. Figli generati dalla generazione del posto fisso e spesso supergarantito, si affacciano al lavoro in tempi di crisi, mentre la globalizzazione del mercato abbatte come una falce i privilegi che credevamo intoccabili. Cresciuti nel benessere, educati al consumismo, intravedono un orizzonte in implosione, dove saranno più poveri dei loro genitori. Si sentono tratti in inganno: la vita è più dura di quanto era loro stato fatto credere, nell’educazione spesso troppo conciliante, eredità del motto sessantottino “vietato vietare”, filtrata in tante famiglie. Sono arrabbiati perché assistono a un deterioramento vistoso della politica, dove il “bene comune” pare pura retorica. Sono arrabbiati, ancora, in molti, benché difficilmente lo dicano, per i privati travagli di tante loro famiglie, divise, abbandonate, o per le grandi solitudini di figli unici cresciuti davanti alla tv.

Eredi inconsapevoli di un nichilismo respirato nell’aria: non trasmesso dai padri il filo di un senso della vita, di una positiva speranza, che aveva sostenuto generazioni ben più povere e materialmente travagliate. Dunque, le ragioni di rabbia non mancano. Ma, davanti al ritornare su troppi media della parola “rabbia”, non ci si può non chiedere dove porti, la rabbia. Dove si va se, davvero, si ha solo rabbia addosso? Anche in una casa il vivere con la maschera dell’astio, della rivendicazione, della pretesa porta al disastro. L’avere anche oggettive ragioni di rancore, poi, pone in un rischio: sentirsi vittime, “giusti”, anime a posto, e solo l’altro colpevole di tutti i nostri mali. È il sentimento che legittima le armi, quando qualcuno si convince che un mondo giusto lo si debba imporre.

La “rabbia” coltivata, vezzeggiata, è una strada cieca. Viene da domandarsi però: avevano forse meno ragioni di rabbia i ventenni del dopoguerra, reduci da un massacro, tornati in città distrutte? Quei ragazzi avevano, però, anche qualcosa di molto grande: il desiderio di ricostruire un’altra Italia. Ciò che permise, anche nella fame e nel lutto, di portare via le macerie e ricominciare. Quella generazione, che per i ragazzi di oggi è quella dei nonni, era cresciuta dentro l’humus di grandi speranze: che fossero la fede e l’idea cristiana di una società equa o il socialismo, erano cose che impostavano la vita. Vivevano, comunque, certi che non si vivesse per sé soli; sicuri di un senso del continuare nei figli, anche quando emigravano a lavorare in città lontane e straniere; in modi diversi, erano abitati da un gran desiderio di vita.

L’ultimo rapporto del Censis parla di un «calo del desiderio» in Italia, del desiderio di fare, costruire, iniziare. (Quel desiderio, quella fiducia, che per i cristiani è la speranza). Non è anche per una crisi di speranza che i ragazzi si sentono traditi? Se una generazione non ha tramandato questo desiderio, ha mancato di molto. E però la rabbia non basta. Occorre ricominciare, e occorre che ricomincino i figli.

Come? Sentite questo dialogo fra due ragazzi dell’anno 1942, forse il più oscuro della guerra. Lei è Etty Hillesum, giovane ebrea che morirà a Auschwitz. Lui è un amico comunista. «Vedi, Klaas, non si combina niente con l’odio. (..) Ognuno deve distruggere in sé stesso ciò che vorrebbe distruggere negli altri. Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende più inospitale». E Klaas, annota la Hillesum nel suo Diario, «Da arrabbiato militante di classe ha replicato: ma questo, sarebbe di nuovo cristianesimo! E io, divertita da tanto smarrimento: certo, cristianesimo. Perché poi no?».  

Marina Corradi

 

E rileggiamoci pure Il rispetto e la speranza di Claudio Magris. Che il 2011 incominci, noi siamo pronti.

 

24 dicembre 2010

Le cose da chiedere al Natale di oggi

Il rispetto e la speranza

LE COSE DA CHIEDERE AL NATALE DI OGGI

Il rispetto e la speranza

Il  Natale — quella nascita e quella notte che tagliano la Storia e fanno balenare la promessa o almeno l’esigenza che questa possa essere anche Storia della salvezza — non è cosa da family day. Quel neonato concepito fuori del matrimonio è irregolare, illegittimo secondo le regole del mondo. Proprio per questo è un figlio per eccellenza, accettato e voluto nonostante le difficoltà, anziché casualmente subito come talora accade pure nelle migliori famiglie. Il suo diritto alla vita, calpestato nelle forme più varie sotto tutti i cieli — negato dalla fame, dalla guerra, dalle malattie e dalla stessa debolezza dell’individuo, che nelle fasi iniziali della sua esistenza gli impedisce di rivendicarlo esplicitamente — è stato garantito dal coraggio della donna che lo sta allattando.

Quando Maria riceve l’annuncio della sua maternità, non sa ancora quale sarà l’atteggiamento di Giuseppe ed è decisa ad affrontare tutte le conseguenze della sua accettazione, anche il disonore e la vergogna che marchiano una ragazza madre; è pronta ad assumere sulle sue spalle l’infame peso della colpa e dell’emarginazione iniquamente messo in carico soltanto alla donna. Maria, che nella sua solitudine dice sì, è una donna, non quell’idolo di gesso o quel fantasma in cui più tardi una superstizione idolatrica degraderà spesso la sua immagine. Il suo compagno si comporterà come un vero uomo, virile e libero da tutte le prepotenze, convenzioni e insicurezze maschili; anche per questo si attirerà le pacchiane barzellette di tanti cretini, così frequenti fra i narratori di barzellette.

In quella capanna di Betlemme ci sono un figlio, una madre e un padre. Non c’è, per loro fortuna — è giusto che il figlio di Dio si sia concesso almeno questo privilegio—la consueta torma di suocere, zii, terzi cugini, suoceri di cognate, un clan talora caldamente protettivo ma spesso asfissiante e invadente, quelle tante donne Prassede, di cui esistono altrettante e altrettanto micidiali versioni maschili, che in nome della Provvidenza— di cui si considerano gli unici interpreti autorizzati —guastano la festa al loro prossimo in generale e soprattutto a chi hanno sottomano.

A quella capanna, a festeggiare il neonato, non arriva alcun parentado, arrivano alcuni pastori. Sono loro, in quel momento, la famiglia di quel bambino. Anche da adulto egli ribadirà, pure con durezza, il primato dei legami nati da libera scelta e affinità spirituali su quelli di sangue, dicendo che i suoi fratelli e le sue sorelle sono coloro che ascoltano e condividono la sua parola e chiedendo perfino bruscamente alla madre, dinanzi a una sua interferenza, cosa vi sia fra loro due. Dopo i pastori arriveranno, secondo la tradizione, i Magi, seguaci e maestri di un’alta religione—quella di Zoroastro, la prima a proclamare l’immortalità dell’anima individuale. Quella capanna è un tempio di tre grandi religioni mondiali; la quarta, che arriverà secoli dopo, l’Islam, si richiamerà ad esse e soprattutto alla prima, quella ebraica.

Pastori e più tardi Magi restano davanti alla capanna; dentro ci sono, a riscaldare il bambino col loro fiato, un bue e un asino, a testimoniare che anche per gli animali, per questi nostri oscuri cugini, dovrebbe esserci salvezza, come ben sa quel personaggio di un racconto di Singer che recita il Kaddish, la preghiera ebraica per i defunti, per una farfalla morta e come sapeva, nel poema sacro indiano Mahabharata, il re Iudistira che rifiuta di accedere al paradiso abbandonando il fedele cane all’inferno.

Quel bambino non è venuto a fondare una nuova religione, di cui non c’era bisogno perché ce n’erano già forse troppe. È venuto a cambiare la vita, cosa ben più importante di ogni Chiesa. Indubbiamente la promessa di pace, annunciata in quella notte, è stata e continua ad essere clamorosamente smentita. È difficile dire se, in questo senso, quel neonato abbia finora vinto o perso la sua partita. Ma è indubbio che egli abbia posto per sempre, nel nostro cuore, nella nostra mente e nelle nostre vene, l’esigenza insopprimibile di quella salvezza. L’albero di Natale col suo verde scuro di foresta, le sue candele e i suoi globi colorati (sul mio ce n’è ancora uno proveniente dalle favolose vetrerie di Norimberga, che adornava quello di mia madre quando era bambina) non dice un’idillica quiete domestica, ma una speranza sinora delusa. Ma proprio perché nel mondo c’è tanta sofferenza e ingiustizia e il male così spesso trionfa, ammoniva Kant, è necessaria l’accanita e lucida speranza, che vede quanto sciaguratamente vanno le cose ma si rifiuta di credere che non possano andare altrimenti.

Pure quel bambino di Betlemme è nato per morire. Morirà anzi presto e fra angoscia e tormento, che la resurrezione non cancella in alcun facile lieto fine. Gesù ha scelto la morte perché, pur amando la vita, sapeva che essa non è il bene supremo e che talora si può essere chiamati a perderla per amore degli altri. Ama il prossimo tuo come te stesso, sta scritto. Dunque il nostro prossimo sono gli altri ma siamo anche noi ed è lecito, anzi doveroso amare noi stessi e lenire le nostre sofferenze insieme a quelle altrui. Ogni compiaciuta mortificazione viene dal Maligno. C’è un diritto di nascere, di cui si parla poco, e c’è un diritto di morire, di cui si parla molto. Per quel che mi riguarda, faccio mia la dichiarazione congiunta della conferenza delle Chiese cattolica e protestante tedesche sul diritto—rivendicato però dall’interessato e soltanto da lui — di sospendere, in determinate condizioni inaccettabili, cure a quel punto inutilmente accanite. Un uomo che ha fede, ha scritto il teologo Wiener Thiede, non artiglia spasmodicamente quel pezzetto di vita che gli è stato assegnato; le sue mani, non contratte dall’ansia, possono aprirsi e lasciare la presa.

È la libertà — del cristianesimo, ma anche della grande classicità pagana, serenamente inserita nel ciclo della natura—che fa dell’uomo un viandante, un nomade senza fissa dimora e non un sedentario nella vita. Ma spesso si sente dire — con un’espressione infelice e involontariamente rivelatrice — non che l’uomo è libero, ma che è il proprietario della sua vita, declassando così il sacro diritto di morire ad una delle tante e sempre più frequenti leggine ad personam, in difesa dell’uno o dell’altro monopolio di cui si vuol godere. Si può essere proprietari soltanto di cose, di cui si può disporre a piacimento. Non si può essere proprietari di persone, perché in tal caso si è padroni di schiavi e dunque pure schiavi, giacché ogni padrone di uomini perde ogni rapporto con la libertà: «Mi me credevo — Un omo lìbero / E sento nascere — in mi el paron », dice un verso del grande Noventa. Poco importa se lo schiavo di cui siamo proprietari reca il nostro nome: in questo caso trattiamo noi stessi da schiavi, cosa forse ancor più umiliante.

Il proprietario dispone delle cose che possiede; posseggo un’automobile e posso venderla o demolirla a mio arbitrio, essa è in mio potere. Ma il mio io — i miei pensieri, sentimenti, sogni, timori — è in mio potere, come la mia automobile? Posso ordinarmi di innamorarmi, di credere in Dio, di cambiare fede politica, di capire la meccanica quantistica? Ogni io è tutt’al più un condominio, costituito come tutti i condomîni da vicini litigiosi; forse ogni io non è neanche questo, bensì piuttosto un agglomerato di inquilini provvisori che nemmeno posseggono le due camere e cucina e il riscaldamento centrale per cui litigano. Quando ci innamoriamo, votiamo, preghiamo, lavoriamo, ci divertiamo, possiamo e dobbiamo cercare di essere liberi nel nostro agire, ma senza alcuna presunzione di essere proprietari della vita, neanche della nostra, perché in quel caso saremmo come quei padroni delle commedie, cui i servi rubano tutto sotto il naso. Anche il diritto di morire può affidarsi solo alla libertà e al senso del sacro, non all’arroganza di un inesistente padronato di se stessi. La vita è sempre sacra, quando la si riceve e quando la si restituisce. Anche quando la si toglie, come tragicamente può accadere — ad esempio in guerre in cui può sciaguratamente ma inevitabilmente capitare di trovarsi, in una Stalingrado o in una Normandia in cui non si è potuto fare a meno di sparare per impedire che il mondo diventasse Auschwitz.

Sotto l’albero di Natale ci si aspetta di trovare dei doni, ogni anno sempre più mestamente aggiornati alla nostra età e meno fantasiosi dei giocattoli d’infanzia, che un mio zio inventava e fabbricava con le sue mani. È possibile fare una lista di regali desiderati, come si usa per quelli di nozze? In questo caso, cosa chiedere, dato che comunque sarebbe svergognato chiedere di essere felici, come se due sposi chiedessero non un servizio di bicchieri o una lavatrice, ma una grande villa con parco? Forse è presuntuoso chiedere l’amore, anche se è per questo che è venuto quel bambino. Se ci guardiamo in giro e allo specchio, gli orrori la mediocrità l’aridità e la viltà che vediamo scoraggia dal pretendere l’amore che ci manca. Pretendere di renderci capaci di amare è come pretendere di renderci capaci di comporre la musica di Mozart.

Se l’amore è una grazia troppo alta possiamo chiedere almeno un’altra virtù fondamentale, il rispetto, che per Kant è la premessa di ogni altra virtù e che sembra sempre più latitante. Se non possiamo amare la folla oscura come noi che entra nella metropolitana, possiamo sentire concretamente che ognuno di quelli sconosciuti ha gli stessi nostri diritti e la stessa nostra povera dignità. Rispetto per ognuno, anche per l’avversario e per il nemico, anche per chi crediamo di dover combattere duramente, anche per chi va giustamente e pure pesantemente punito per un reato commesso. È questo rispetto, nient’affatto incompatibile con la severità, che manca sempre più, ovunque: nella lotta politica, nella violazione di ogni intimità, nell’arrogante negazione dell’altro.

Non chiediamo di essere perfetti, ma almeno di non essere crudeli e indecenti; di vivere in un mondo in cui si perseguono inesorabilmente i crimini ma si riconosce anche nel volto del criminale giustamente punito senza indulgenza il volto del Cristo o più semplicemente dell’uomo; in cui nessun colpevole—terrorista, pedofilo, mafioso, stupratore, assassino — venga trattato ignominiosamente come ad esempio quel sacerdote, verosimilmente pedofilo e dunque da punire, che si è gettato sotto il treno dopo essere stato insidiato da un falso penitente—inviato da una petulante trasmissione televisiva pretesamente spiritosa—che, in confessione, si è finto tentato dall’omosessualità per adescarlo e scoprirlo, colpendolo in un punto colpevole, debole e tormentato della sua personalità. Vorremmo chiedere, quale dono di Natale, che persone come quel sacerdote finiscano in carcere, se viene appurato un loro crimine, ma non sotto un treno. Una trasmissione televisiva non può diventare un plotone d’esecuzione.

Sotto l’albero di Natale, davanti al Presepe ci sono anche innumerevoli storie terribili, perché quel bambino è venuto a redimere il mondo ed è ovvio che abbia a che fare soprattutto con le sue brutture. Lava ciò che è sordido, piega ciò che è rigido, dice uno dei più grandi inni cristiani.

Claudio Magris

 

 

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Il Natale degli evangelisti

19 Gennaio 2011 Nessun commento

I vangeli sono quattro: gli autori sono Matteo, Marco, Luca, Giovanni.

Matteo, chiamato anche Levi, è un apostolo che scrive in aramaico le cose da lui vissute per spiegare ai suoi correligionari ebrei, che Gesù è il Messia vaticinato dalle scritture. E’ lui  l’esattore delle tasse che alla chiamata di Gesù,  lascia il suo banco di riscossione.

Marco, nato a Cirene, ha un nome latino, ma il suo vero nome ebraico è Giovanni. Arriva a Roma come interprete di Pietro che non parlava né il latino né il greco. A lui alcuni romani, dell’ordine degli equites, chiedono di trascrivere per loro uso, la predicazione di Pietro, così come lui la ricorda.

Luca è un intellettuale siriano che scrive in un greco fluente, discepolo che Paolo cita nelle sue lettere. Egli dichiara di aver fatto una lunga indagine, fra i testimoni ancora viventi, sui fatti che racconta . La tradizione ci dice che fra questi testimoni ci fosse anche Maria, la madre di Gesù.

Giovanni è l’apostolo più giovane, che più a lungo sopravvisse a Gesù: il suo vangelo non é sinottico, non procede cioè nel racconto storico, come gli altri tre. E’ piuttosto una trascrizione mistica e profetica della prima venuta di Cristo. Giovanni scriverà anche la visione della  seconda venuta: l’Apocalisse.

Due soli evangelisti raccontano il Natale di Gesù : Matteo e Luca.

Invece, Marco inizia la sua storia a cominciare dalla predicazione di Giovanni Battista, quando Gesù aveva già trenta anni. Come se Pietro, che era la sua fonte di informazione, non desse troppa importanza al periodo  dell’infanzia. Del resto Marco riportava discorsi fatti ai romani, che erano pronti ad accettare l’idea di un figlio di Dio salvatore e redentore, autore di grandi prodigi, ma erano meno pronti ad accettare le complicate  storie messianiche del popolo ebraico.

Anche l’amato Giovanni, nell’incipit del suo vangelo non parla degli avvenimenti, non si cura del bue e dell’asinello , del come e del quando, e va diretto al centro del mistero. Il testo del Vangelo che la chiesa ci fa leggere nella terza ed ultima messa di Natale non è altro che l’inizio dell’Apocalisse. Il Verbo, potente parola creatrice di Dio,  luce e  vita, annunciato da un uomo chiamato Giovanni s’è fatto carne ed è venuto ad abitare fra di noi, pieno di grazia e di verità.

Questo è tutto, anche se è tutt’altro che poco. Riferisce anche che l’altro Giovanni, il Battista,  chiamerà Gesù Cristo “agnello di Dio“ e sarà quell’agnello, la cui venuta lui, Giovanni l’evangelista, profetizza nell’Apocalisse.

C’è una cosa che mi colpisce nella sintesi alta dell’evangelista : quella definizione del verbo fatto carne : pieno di grazia e di verità. Sentiremo qualcosa del genere , quando l’angelo messaggero, raccontato da Luca, saluterà Maria, chiamandola piena di grazia.

 (In italiano questa parola non rende il latino”plena”:  gratia plena,  vale a dire non piena di grazia,  ma completa a causa della grazia. Per capirci, c’è un caso in italiano in cui piena ha questo significato latino originario ed è nella espressione luna piena, che non significa luna riempita di qualche cosa , ma luna completa nella sua luce).

E spiega Giovanni: perché la legge fu data per mezzo di Mosé, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Ma in questa folgorante visione della legge data per mezzo di Mosé e della grazia e verità venute per mezzo di Gesù Cristo c’è un piccolo passaggio ,il ”si“di una fanciulla ebrea,  che prestò la sua carne al  Verbo perché era lei, piena di grazia.

Come ci racconta il greco-siriaco Luca, dalla bella scrittura.

 

Quindi l’episodio storico della nascita a Betlemme è narrato solo da Matteo e da Luca.

Ambedue riportano la genealogia di Gesù, per dimostrare la sua appartenenza alla discendenza di David. Non si può pensare che le genealogie siano un documento anagrafico certo. Per gli ebrei di quel tempo erano importanti , perché determinavano l’appartenenza alla tribù, con doveri e riti forse diversi. Ma erano sempre trasmissioni orali di notizie ricordate più come onori e fasti familiari, come certificato di identità e d’appartenenza, che come documenti storici. Infatti la genealogia, secondo Matteo, è simbolica anche nei numeri : sono quattordici generazioni ( due volte il numero perfetto sette) per tre grandi periodi. Da Abramo a David , da David all’esilio Babilonese , dalla liberazione dall’esilio a Gesù. E Matteo sottolinea questa perfezione cabalistica della discendenza da Abramo.

La genealogia secondo Luca risale invece alla rovescia, da Giuseppe, titolare della discendenza  patriarcale, non solo fino a David ed Abramo, ma fino ad Adamo.

A noi sorprende molto che una famiglia potesse conservare , anche approssimativamente una cosi lunga genealogia. In realtà la trasmissione da Adamo ad Abramo era comune a tutto il popolo e quindi conservata nei testi, la trasmissione da Abramo a Davide e da Davide agli ultimi re , prima della deportazione in Babilonia era conservata nella tradizione storica comune. L’unica trasmissione veramente familiare era quella dalla Liberazione ai giorni di Gesù. Le tribù, dopo l’esilio di Babilonia non erano più molto popolose e la tribù di Beniamino era fra le più piccole già ai tempi di David. Quindi, a parte le ultimissime generazioni, l’albero genealogico doveva essere comune a molti nella tribù e  probabilmente veniva conservato gelosamente come titolo d’onore da molte famiglie e gruppi parentali.

Matteo , ebreo contemporaneo , mette in risalto la promessa del regno, conosciuta da tutti gli Ebrei e quindi sottolinea la discendenza diretta da Abramo. Luca, siriano che scrive in greco, mette in evidenza la nobiltà e l’antichità (persino ovvia, chiunque discende da Adamo!) della famiglia di Gesù.

Comunque la cura di entrambi non è quella di mostrare la nobiltà terrena di Gesù, concetto estraneo alla cultura ebraica, ma di testimoniare la legittimità della primogenitura nella promessa del regno. quella investitura sacra, concessa ad Abramo, ed ad Isacco, suo unico e tardivo figlio salvato dal sacrificio. L’investitura (ed assieme l’eredità ), era passata per mille avventure, era stata contesa da Giacobbe ad Esaù, aveva costretto Tamara a fingersi prostituta per affermare il suo diritto a generare il primogenito, era passata indenne attraverso il delitto di David nei confronti di Uria , ed infine proclamava Betlemme seconda a nessuno, perché patria del salvatore.

Matteo trascura l’annuncio a Maria e concentra la sua attenzione su Giuseppe: è lui che sogna, è a lui che parla l’angelo. E’ a lui che viene svelato il mistero della nascita e confidato il nome simbolico, il nome segreto, come è segreto il nome di Dio, che non è Gesù, nome pubblico, ma Emanuele: Dio con noi.

Matteo non ci dice che gli sposi venissero da Nazaret, piccolo rifugio di esuli disprezzato. Per lui, ebreo che rispetta le tradizioni, sono comunque di Betlemme. Andranno a Nazaret, più nascosta, solo quando saranno tornati dall’ Egitto, per ordine dell’angelo.

Matteo da buon israelita non ci parla dei pastori, che erano considerati indegni. Ma ci parla del nodo politico che si crea per la nascita di un pretendente al Regno di David: Il nuovo re ha un riconoscimento internazionale e astrologico da parte dei Magi, sapienti saggi persiani. La voce arriva al Re in carica che, avvedutosi del grave pericolo per la sua casa regnante, prima ordina ai Magi di riferirgli l’avvenuta nascita e poi , per rimediare alla loro prudente fuga, fa uccidere tutti i bambini di Betlemme. In Matteo ogni particolare è comprovato dalle profezie ed ogni volta l’angelo evita i piani del tiranno con i suoi suggerimenti a Giuseppe. La nascita secondo Matteo ha i colori di una tragedia monarchica profetizzata.

 

Come è diverso il racconto di Luca, in cui la gloria di Dio non si manifesta attraverso  intrighi politici , ma attraverso il sorriso di una mamma che adora il suo divino fanciullo e condivide con i poveri la gioia della sua nascita

Siamo costretti a leggere Luca condizionati dalla tradizione che lo vuole depositario delle parole di Maria e quindi, tutto quello che scrive, ci appare  come ascoltato dalla viva voce di una testimone femminile.

Perché Matteo riferisce l’evento al maschile e Luca preferisce una versione al femminile? Ovviamente non lo so, ma amo credere che Matteo fosse  propenso a pensare, secondo la legge ebraica, che la testimonianza femminile fosse valida solo se confermata da una testimonianza maschile. E che  Luca, greco siriano, invece, non avesse alcun timore a fare tesoro dei ricordi di Maria

Luca ci narra di cose , che solo Maria poteva sapere, con quella cura del particolare che è tutta femminile. E narra, con attenzione particolare, gli antefatti  del Natale . Quindi,  ci tramanda un attimo prezioso della storia umana: l’annuncio a Maria , lo stupore di Maria, la sua concreta e semplice obiezione ( “Come questo è possibile se non conosco uomo?”) ed il “si”, fiducioso e coraggioso di una fanciulla ebrea, piena di grazia. E solo Maria poteva averlo raccontato.    .,  

Luca ci parla della visita ad Elisabetta . L’orgoglio delle due donne per due primogeniti straordinari,

Quella felicità che solo una pregnante ebrea poteva comunicare, esplode nel saluto profetico di Elisabetta che riconosce in Maria la madre del suo Signore. Maria rassicurata nei suoi dubbi e nelle sue paure di ragazza in una situazione difficile,   risponde con un cantico di poesia senza pari , quasi un salmo degno di David, il Magnificat. E Luca scrive anche una cosa assurda,  che nessuno poteva immaginare quanto sarebbe stata vera: e tutte le genti mi chiameranno beata. E Luca si diffonde nei particolari, i tre mesi della visita, la nascita di Giovanni, i casi del padre di Giovanni , la sua malattia , il suo mutismo le sue profezie.

Se la storia non fosse cosi bella e cosi felice diremmo che Luca ci riferisce particolari non essenziali, discorsi di donne appunto, che Matteo più notarile , non giudica necessari e forse neppure del tutto attendibili.

Matteo non nomina il censimento romano. Forse c’e anche una certa ritrosia nazionalistica, in uno che era stato pubblicano e malvisto collaboratore degli oppressori, a citare un episodio estraneo alla storia degli ebrei. Luca invece riferisce con attenzione , come è naturale in un racconto femminile, quale fosse l’occasione del viaggio a Betlemme: il censimento di Cesare Augusto e di Quirino.

Qui le due versioni, che noi sappiamo essere appunti di predicazione, memorie e non libri di storia  divergono. Luca ci parla, per diversi versetti, dei pastori, della loro chiamata e della loro adorazione. Matteo ignora i pastori e parla lungamente del viaggio dei Magi, della stella , del tentativo di Erode di uccidere il bambino, della fuga in Egitto. Perché questa diversa attenzione a temi diversi? I due racconti non si elidono e la memoria cristiana li fonde insieme, uniti anche ad altri racconti pii che non trovano spazio nei vangeli.

Anche qui siamo tentati di pensare che Matteo,fosse più attento ai problemi istituzionali, provocati dalla nascita di un pretendente, riconosciuto internazionalmente. Quindi ricorda i Magi, la infida reazione di Erode e la fuga in Egitto, affascinato dal ripetersi del mito tutto ebraico della schiavitù in Egitto e del ritorno-esodo , per sottolineare questa coincidenza piena di significati in un episodio , che a Luca non appare poi così importante.

Come del resto fa Luca ,che parla greco,ed è più interessato a quella vita familiare carica di premonizioni, viva  nella memoria di una mamma. Forse per questo  è solo di Luca la narrazione della circoncisione e dello strano episodio della quasi-fuga di Gesù dodicenne a Gerusalemme, dove il giovane che cresceva in grazia e sapienza, risponde con qualche tono di troppo, all’ansia giustificata dei suoi genitori.

A questo punto sorge nella nostra memoria un dubbio denso di mistero. Sembra che Luca sia attento alla testimonianza di Maria, seguendola nei più minuti particolari nella sua indagine mentre mentre l’evangelista  Giovanni sembra non curarsene. Perché?

Forse Giovanni non cura i particolari? No di certo. Giovanni nel suo evangelo teologico, che va alla ricerca del mistero della incarnazione, non cura il racconto secondo il metodo storico, ma rivive gli episodi che narra con la ricchezza dei particolari di chi era presente. Del suo incontro con Gesù, cita persino l’ora. Del giorno in cui il risorto affidò il suo gregge a Pietro narra il particolare di Gesù che ha acceso amorevolmente un fuoco per la loro colazione. E si potrebbe continuare ancora per i mille particolari che animano il suo racconto e tradiscono la sua presenza.

Forse Giovanni non ha frequentato abbastanza Maria? No di certo. Non dimentichiamo che Gesù, secondo la legge ebraica fece il testamento prescritto ai condannati a morte ed in questo atto consegnò sua madre a Giovanni che diventò legalmente suo figlio e tutore e con lei visse fino alla sua dormizione. Ma così, come aveva fatto  Gesù  con sua madre, mantenne un assoluto riserbo ed una gelosa segretezza sui ricordi e sulla vita di Maria, che sfiora talvolta la scortesia.

Agli antichi padri greci il mistero su Maria suggerì motivi di meditazione e di edificazione. Ne accenno uno: dov’era Maria nelle due notti che precedettero la resurrezione? Perchè nessuno ne parla, neppure quel greco invadente ed indiscreto di Luca? E i padri greci della chiesa ne dedussero che lei era là, presso la tomba, con la sua fede intemerata che credeva nella promessa del regno ad aspettare e pretendere impavida che il figlio rinascesse dal grembo della sua speranza. E la chiamarono stella del mattino.

Leggendo la narrazione al femminile del Vangelo di Luca oggi ci sembra più probabile la pia leggenda che narra di un Luca anche pittore che dipinge l’immagine di Maria. Effettivamente dalle sue pagine, e solo dalle sue pagine di intellettuale greco, esce nitida la fisionomia di Maria, la fanciulla “gratia plena”. Non ci stupisce che i padri greci abbiano conservato la icona, a lui attribuita,  di Maria che ci invita ad adorare il suo bambino. Quella immagine supera i tempi duri delle persecuzioni, supera i furori integralisti degli iconoclasti , prima cristiani e poi mussulmani, quella immagine profuga si rifugia in Italia e viene riconosciuta, attraverso chi sa quante riproduzioni e rifacimenti, nella immagine della “Salus populi romani”, nella immagine costantinopolitana giunta a Padova, nella incerta Madonna di San Luca, che protegge Bologna

Ma ci voleva il santo amore per la povertà di  Francesco per farci rileggere, con un colpo di teatro, la letizia degli angeli, l’innocenza dei pastori, la bellezza di una fanciulla ebrea piena di grazia che adora il suo piccolo dio neonato. Alla luce di una stella venuta di lontano.

Francesco rivive l’avvenimento nella realtà, una realtà cosi vera che, attorno alla mangiatoia che Luca testimonia, aggiunge un bue ed un asinello che Luca aveva dimenticato di annotare Nasce il presepe che in italiano antico significa il rifugio per gli animali.

E’ una immagine nuova che farà molta strada. I pittori cominceranno a dipingerla. Attraverso di essa nasce un nuovo modo di concepire le icone, come storie che si muovono come racconti e come fatti comuni immersi nel paesaggio. Nasce così l’arte nuova . Francesco ha immaginato accanto all’immagine del Cristo Giudice Pantocrator dei nostri antichi padri, l’immagine del nostro Gesù Bambino.

Francesco rifonda il Natale, che era una festa secondaria di origini spurie, ben lontana dalla vera festa storica ebraico-cristiana della Pasqua. Nasce la festa della dolce umanità di Maria e di Gesù, che Francesco dona all’Occidente perche diventi la festa universale dell’amore e della pace da offrire a tutte le nazioni.

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Esperienza di www.camaldoli.org nel 2010

19 Gennaio 2011 Nessun commento

Festeggiamo il primo anno di www.camaldoli.org con una notizia che farà piacere a tutti i nostri amici. Abbiamo deciso tutti assieme di aderire all’invito della Associazione Amici dell’Istituto Sturzo. Quale è la sostanza di questo invito ? L’Istituto Sturzo è il più grande centro culturale dedicato alla storia e agli insegnamenti del grande sacerdote siciliano. Fondato da lui, raccoglie non solo tutti gli archivi e gli scritti, ma sotto la spinta generosa ed intelligente di Gabriele De Rosa, è diventato un centro di elaborazione delle scienze sociali valido non solo per la conservazione delle antiche radici, ma anche per la fioritura di nuove idee. Tuttavia è sembrato ai dirigenti dell’Istituto, che vicino all’organismo che prepara la cultura democratica e cristiana per il futuro ci fosse un associazione di amici nata al fine di sostenere l’Istituto e non solo. Fra i compiti dell’Associazione ci sarà quello di fare scuole, di preparare giovani, di promuovere una rete nel territorio capace di conoscere, studiare ed agire. Lo statuto dell’Associazione previdentemente permette che si possa aderire sia come singoli, sia come gruppi già organizzati. Il 15 dicembre 2010 alle ore 12:00 all’Istituto Sturzo c’è stata una riunione, presenti il presidente dell’istituto Roberto Mazzotta, il Presidente Amici dell’Istituto, Pellegrino Capaldo, nonché Gerardo Bianco, Publio Fiori e Bartolo Ciccardini che sono stati i “manovali” addetti ai lavori, prima del gruppo “Nuova Camaldoli” e poi del periodico on-line www.camaldoli.org

Finisce così il nostro compito  e la nostra strada ? No, tutt’altro. Seguiteremo a sviluppare le nostre iniziative coordinandole con lealtà e spirito di collaborazione con le attività sia dell’associazione degli Amici dell’Istituto Sturzo, sia dell’istituto stesso. La prova di questo sta nel fatto che abbiamo portato a termine la prima iniziativa sulla comunicazione, fondando in Facebook il profilo “Amici Sturzo”. Il logo del profilo è quello che vedete in testata di questo articolo. Ritengo importante anche un’altra notizia. Nello stesso giorno si è tenuta l’assemblea degli ex parlamentari della Repubblica, segnata da un importante discorso del suo Presidente , On. Gerardo Bianco. La nuova idea che anima l’Associazione è quella di voler rappresentare una continuità di metodo democratico, di amore per la costituzione, di difesa delle istituzioni democratiche per le quali i Parlamentari di tutte le parti hanno dedicato un periodo importante della loro vita. Andrea Mandella ha commentato questa importante direttiva dicendo che i valori democratici si basano anche sulla continuità che viene tramandata attraverso le diverse vicende politiche. E questa continuità è il tessuto che si mantiene forte in tutte le vicissitudini nella testimonianza di chi ha operato per la democrazia in rappresentanza della nazione.

Dobbiamo annotare un altro particolare, degno di attenzione, verificatosi proprio ieri 15 dicembre 2010. Una federazione di Associazioni democratiche cristiane ce è nata e si è sviluppata, seppur con la dovuta distinzione tra azione culturale ed azione politica, molto vicino alle iniziative della “Nuova Camaldoli” ha deciso a sua volta, di aderire alla Associazione Amici dell’Istituto Sturzo, ritenendo che anche l’azione politica contingente abbia bisogno di un riferimento culturale ed etico dichiarato e riconosciuto, per poter produrre buoni frutti. Alla Federazione l’augurio di saper affrontare la difficile contingenza politica con l’alta ispirazione della dottrina  sturziana.

Ma non perdiamo di vista quello che sta accadendo nel mondo cattolico, quel susseguirsi di iniziative plurime, talvolta contrastanti anche fra di loro. Con il nostro sistema di documentare le cose attraverso gli scritti originali, citiamo tre episodi rappresentati da tre articoli.

Pompeo De Angelis descrive la prima importante proposta politica , che più politica non si può, del Cardinale Ruini. L’uomo che ha retto in mano la politica ufficiale dei cattolici in un rapporto personale fra sé e le sue conferenze mensili, e le istituzioni pubbliche italiane fa delle proposte che dice essere sue personali.

Le proposte di Ruini, stranamente somigliano al Mario Segni dei tempi referendari.

Allora per fare una verifica ci siamo procurati il pensiero attuale di Mario Segni, che si raccomanda di non buttare via il bambino con l’acqua sporca, intendendo per acqua sporca, il Berlusconi.

Effettivamente in Italia una rivoluzione c’è stata. Un grande sommovimento popolare ha cambiato i meccanismi della politica. Il ciclone Berlusconiano ha utilizzato questa rivoluzione senza creare però una stabilizzazione negli strumenti politici, ma piegando pragmaticamente la spinta ai fini del proprio prevalere. In questo numero potrete leggere l’articolo di Mario Segni. Appare evidente che una questione importante si è posta in questa crisi in modo drammatico e si riproporrà nel futuro. La tensione che c’è fra costituzione materiale e costituzione legale che può sfociare in un grandissimo conflitto perché non si è mi messo mano ad una grande riforma che risolvesse la questione. Riproponiamo un articolo di Ostellino che in maniera chiara e provocatoria espone i termini del problema.

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